PDA

Visualizza versione completa : Alitalia: nuova richiesta da Air France-Klm



Lower
24-09-2013, 12.26.14
L'altra azienda italiana in prospettiva di vendite è Alitalia, salvata prima con una ''cordata italiana, è nuovamente in difficoltà da tempo. Ari France-Klm, già azionista al 25%, sta richiedendo la possibilità di aumentare il suo pacchetto fino al 50%, prendendone il controllo: http://www.corriere.it/economia/13_settembre_24/air-france-chiede-ristrutturazione-debito-alitalia_002205a2-24d7-11e3-bae9-00d7f9d1dc68.shtml

TheMax
24-09-2013, 13.25.57
Era ora.
Dovevano sbolognarla prima di rimetterci altre valanghe di soldi , inutile ripetere la storia la sapete tutti.
Chiaramente ora la ristrutturazione sarà più dura.

Ghostkonrad
24-09-2013, 13.33.03
Insomma, alla fine Alitalia va comunque ai francesi. Dopo averci buttato sopra centinaia di milioni di euro di denaro pubblico.
Cos'è che dicevamo, nel 2008, quando B. ha lanciato la sua campagnola da due soldi e una torma di idioti gli sono andati dietro cantando l'inno nazionale?
Ah già, questo.

Zeo
24-09-2013, 16.09.13
Dovevano vederla prima. Ma d'altronde in questo paese siamo così, fossimo così patrioti anche nel pagare le tasse. :asd:

Giggio93
24-09-2013, 16.18.00
Poche cose sono dannose sul lungo periodo come la progressiva deindustrializzazione di un paese.


Gioire per l'entrata di capitali stranieri in un paese e per l'accrescere della rilevanza che questi assumono vuol dire non aver capito nulla delle cause della crisi attuale.

Zeo
24-09-2013, 16.30.05
Io sono dell'idea che se non si è in grado di tenere in piedi una società si deve lasciare il campo e passare la palla ad altri (che siano società locali o straniere poco importa, l'integrazione industriale non è necessariamente un male). E non continuare a forza e mettere in difficoltà il paese. Un po' di meritocrazia non guasterebbe affatto.

Giggio93
24-09-2013, 16.33.03
Zeo: questa è la causa della crisi che ha piegato l'Europa eh.
Spagna, Irlanda,Italia,Portogallo,Grecia,Francia.

Ma anche Russia,India,Brasile, è questo che gli è successo quest'anno.

La crisi degli ultimi anni è dovuta da questo.

E non lo dico io.
Lo dice il Vice presidente della BCE.


Introduzione
Vorrei iniziare ringraziando la Bank of Greece per avermi invitato a questa importante conferenza in presenza di molti prestigiosi ricercatori.

Ci sono, naturalmente, molti racconti e interpretazioni riguardo la maniera in cui la crisi si è manifestata nell’eurozona. Per alcuni, questa è soprattutto una storia di politiche fiscali inadeguate e debito sovrano eccessivo; per altri, è principalmente una storia di perdita di competitività, causata da costi del lavoro incontrollati; e per alcuni altri è essenzialmente una classica crisi da bilancia dei pagamenti in un regime di tassi di cambio “perfettamente fissi”. Negli anni più recenti, si è diffusa anche il punto di vista di una crisi bancaria, combinata con una crisi dei debiti sovrani per creare una storia di eccesso dei due debiti.
Naturalmente, c’è un po’ di verità in tutte queste ricostruzioni, come c’è da aspettarsi data la complessità e l’interdipendenza dei fattori di una grande crisi internazionale.
Ma, più che cercare di discutere una interpretazione globale della crisi dell’eurozona, preferisco esplorare 2 prospettive:

primo, quali sono state le cause e i fattori scatenanti alla radice della crisi?
secondo, che ruolo ha giocato la crisi finanziaria internazionale, cominciata negli USA, nell’innescare la crisi europea?
La prima domanda è importante per identificare le possibili carenze nella progettazione dell’unione monetaria che hanno bisogno di essere corrette per evitare crisi future. La mia opinione è che il principale fattore scatenante è da ricercarsi nel settore finanziario, in particolare in quelle banche che hanno fatto da intermediari per l’immenso flusso di capitali verso i paesi periferici, che ha creato sbilanciamenti divenuti insostenibili a seguito del “sudden stop” causato dalla crisi internazionale e dalla brusca revisione delle valutazioni del rischio che questa ha causato.
La seconda domanda è utile per comprendere se la costruzione dell’unione monetaria sia sufficiente per assicurare una graduale correzione delle vulnerabilità e evitare una crisi, nel caso in cui lo shock internazionale non fosse avvenuto. Si potrebbe speculare che, senza influenze esterne, l’eurozona avrebbe potuto superare gradualmente le sue debolezze con un processo di ribilanciamento interno. Non potremo mai essere certi di questo. Fortunatamente, questa domanda è meno significativa della prima.
Le cause alla radice della crisi.
La storia più diffusa
Cominciamo con la prima prospettiva riguardo le cause. La più vecchia narrativa della crisi, progressivamente corretta dagli accademici ma ancora popolare tra alcuni segmenti dell’opinione pubblica, recita all’incirca così: Non c’era niente che non andasse con il progetto inziale dell’unione monetaria europea, e la crisi è scoppiata per lo più perché diversi paesi periferici non hanno rispettato quel progetto – in particolare le regole fiscali e il Patto di Stabilità e Crescita – generando una crisi di debito sovrano. Questa è la storia “il problema è essenzialmente fiscale”, che può essere facilmente connessa ad altre 2: l’indisciplina fiscale ha portato a un surriscaldamento dell’economia, l’aumento di salari e prezzi ha implicato una perdita di competitività, e questo ha portato alla crisi da bilancia dei pagamenti.
Nonostante questa sia una storia internamente coerente, non è corretta, specialmente per quel che riguarda il fattore scatenante della crisi.
Anzitutto, non c’è una forte correlazione tra il rispetto del Patto di Stabilità e Crescita di un membro dell’eurozona prima della crisi e il relativo spread richiesto dai mercati finanziari oggi. Per esempio, Germania e Francia non hanno rispettato tale Patto nel 2003-2004; mentre Spagna e Irlanda lo hanno rispettato più o meno pienamente fino al 2007.
In secondo luogo, non c’è stato un aumento uniforme nell’indebitamento pubblico durante i primi anni della valuta comune nei paesi ora sotto pressione dei mercati finanziari.

http://3.bp.blogspot.com/-2aJioSYmk3g/UbmRxSc2HII/AAAAAAAAENA/bN0be5RedcM/s1600/Slide1.JPG

Infatti, in certi paesi il debito pubblico è decresciuto, e in qualcuno è diminuito sostanzialmente. Per esempio, tra il 1999 e il 2007, il debito pubblico spagnolo è passato dal 62,4% del PIL al 36,3% del PIL. In Irlanda, nello stesso periodo, è diminuito dal 47% al 25% del PIL. Per quanto a livelli relativamente alti, il debito pubblico è diminuito anche in Italia (dal 113% al 103,3% del PIL) ed è aumentato solo di poco in Grecia. Comunque, negli ultimi due casi, il livello era già in effetti molto superiore al 60% fissato dal Patto di Stabilità e Crescita.
Riconsiderando il settore bancario
Penso quindi che, per avere una storia più accurata riguardo le cause della crisi, dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei paesi debitori e creditori.
Come mostra la slide 1, al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi 7 anni dell’euro del 27%. L’aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d’altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria. Nel corso di 4 anni, i livelli del debito pubblico sono aumentati di 5 volte in Irlanda e di 3 in Spagna.
Da questa prospettiva, il rapido incremento dei livelli di debito pubblico deriva dal collasso delle entrate fiscali e dalle spese sociali, che sono aumentate durante la recessione quando sono stati attivati gli stabilizzatori automatici (es: cassa integrazione, ndt). Pericolose ripercussioni dal sistema bancario al debito sovrano, che sono emerse dopo l’inizio della crisi finanziaria, hanno ulteriormente indebolito i conti fiscali.
Da dove venivano i finanziamenti che hanno fatto esplodere il debito privato? Un aspetto particolare del processo di integrazione finanziaria europea dopo l’introduzione dell’euro è stato un deciso incremento nelle attività bancarie tra paesi. L’esposizione delle banche dei paesi del centro verso i paesi della periferia è più che quintuplicata tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi finanziaria.

http://1.bp.blogspot.com/-XCfNHkE1ans/UbmS9duB0II/AAAAAAAAENQ/yn1psgQOAyE/s1600/Slide2.JPG


esplosione di questi afflussi di capitale si è distribuita in maniera disomogenea tra i paesi periferici, ma li ha influenzati tutti, e contenerne gli effetti è risultato estremamente difficile.

http://1.bp.blogspot.com/-dKWhUyz9OK4/UbmTi2inCfI/AAAAAAAAENY/JX-t3BaXJpM/s1600/Slide3.JPG

Ho esperienza di prima mano delle difficoltà incontrate dai paesi periferici. Le regole europee dei liberi movimenti di capitale, l’obiettivo di creare un campo di gioco comune per differenti settori bancari, e la fiducia nella supposta autoregolamentazione dei mercati finanziari, hanno tutti cospirato nel rendere molto difficile qualsiasi forma di contenimento del fenomeno. In più, nessuno aveva previsto che un “sudden stop”, caratteristico delle economie emergenti, potesse accadere nell’eurozona.
Di conseguenza, l’afflusso di finanziamenti relativamente a buon mercato si è trasformato in una gigantesca esplosione del credito nei paesi ora sotto pressione. Come sappiamo, il credito non è stato perfettamente ottimizzato dai razionali agenti economici privati. Dal lato della domanda, in un contesto di bassi tassi di interesse, i consumatori e le aziende, aspettandosi una futura crescita, hanno anticipato i consumi e gli investimenti come dei bravi ottimizzatori temporali. Dal lato dell’offerta, le banche europee e i mercati finanziari non si sono comportati come la teoria di gestione del rischio prevedeva. Questo è quel che ha portato al surriscaldamento, pressione su stipendi e salari, perdita di competitività e grandi deficit delle partite correnti.
http://3.bp.blogspot.com/-uWQUmJR6zK8/UbmUir7thxI/AAAAAAAAENo/4iZiCZgQ_a8/s1600/Slide4.JPG

Zeo
24-09-2013, 16.36.21
Zeo: questa è la causa della crisi che ha piegato l'Europa eh.
Spagna, Irlanda,Italia,Portogallo,Grecia,Francia.

Ma anche Russia,India,Brasile, è questo che gli è successo quest'anno.

La crisi degli ultimi anni è dovuta da questo.

Spiegati meglio.

Giggio93
24-09-2013, 16.43.28
Che per altro son cose che Krugman già diceva un anno fa, ma allora si ribatteva che era una crisi di debito pubblico e mancanza di rigore.
Oggi però c'è consenso su questo: la crisi è una crisi di debito privato.
Krugman nel 2012.

http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/02/25/european-crisis-realities/?_r=0



This is not original, but for reference I find some charts useful. In what follows I show data for the euro area minus Malta and Cyprus — 15 countries. I use red bars for the GIPSIs — Greece, Ireland, Portugal, Spain, IrelandItaly — and blue bars for everyone else.

There are basically three stories about the euro crisis in wide circulation: the Republican story, the German story, and the truth.

The Republican story is that it’s all about excessive welfare states. How does that hold up? Well, let’s look at public social expenditures as a share of GDP in 2007, before the crisis, from the OECD Factbook:
http://graphics8.nytimes.com/images/2012/02/25/opinion/022512krugman1/022512krugman1-blog480.jpg


Hmm, only Italy is in the top five — and Germany’s welfare state was bigger.

OK, the German story is that it’s about fiscal profligacy, running excessive deficits. From the IMF WEO database, here’s the average budget deficit between 1999 (the beginning of the euro) and 2007

http://graphics8.nytimes.com/images/2012/02/25/opinion/022512krugman2/022512krugman2-blog480.jpg

Greece is there, and Italy (although its deficits were not very big, and the ratio of debt to GDP fell over the period). But Portugal doesn’t stand out, and Spain and Ireland were models of virtue.

Finally, let’s look at the balance of payments — the current account deficit, which is the flip side of capital inflows (also from the IMF):
http://graphics8.nytimes.com/images/2012/02/25/opinion/022512krugman3/022512krugman3-blog480.jpg

We’re doing a lot better here — especially when you bear in mind that Estonia, a recent entrant to the euro, had an 18 percent decline in real GDP between 2007 and 2009. (See Edward Hugh on why you shouldn’t make too much of the bounceback.)

What we’re basically looking at, then, is a balance of payments problem, in which capital flooded south after the creation of the euro, leading to overvaluation in southern Europe. It’s not a perfect fit — Italy managed to have relatively high inflation without large trade deficits. But it’s the main way you should think about where we are.

And the key point is that the two false diagnoses lead to policies that don’t address the real problem. You can slash the welfare state all you want (and the right wants to slash it down to bathtub-drowning size), but this has very little to do with export competitiveness. You can pursue crippling fiscal austerity, but this improves the external balance only by driving down the economy and hence import demand, with maybe, maybe, a gradual “internal devaluation” caused by high unemployment.

Now, if you’re running a peripheral nation, and the troika demands austerity, you have no choice except the nuclear option of leaving the euro, coming soon to a Balkan nation near you. But non-GIPSI European leaders should realize that what the GIPSIs really need is a general European reflation. So let’s hope that they get this, and also give each of us a pony.

Giggio93
24-09-2013, 16.45.22
Oppure, spiegata da Bagnai.


La bilancia dei pagamenti, questa sconosciuta
Un lettore attento mi segnala questo appello comparso su Le Monde, e sollecita un mio parere. Mi sembra giusto portarlo alla vostra attenzione.

A me il documento pare corretto nell'analisi (gli squilibri esterni come causa della crisi) e nella proposta. Del resto, sono esattamente le stesse analisi e la stessa proposta (gestire, anziché subire, l'uscita dall'euro) che ho fatto ad agosto. E quindi, nella misura in cui i tempi che viviamo ci consentono di essere d'accordo con noi stessi, non posso che trovare sensate le parole dei colleghi.

Con un unico appunto.

Quando parlano dei debiti esteri dicono "la France, dont les 30% sont dus pour l'essentiel à une accumulation de sorties de capitaux d'investissements directs à l'étranger". Detto così, sembra che il debito estero si identifichi con l'uscita di capitali. Ma questo è ovviamente sbagliato.

Pensateci: se chiedete a un vostro amico un euro per prendervi un caffè, succedono due cose: voi vi indebitate col vostro amico, e nelle vostre tasche entra un euro. Il vostro stato patrimoniale registra un debito, ma in termini di cassa avete una entrata, non una uscita, di capitali (il famoso euro). Ora, la bilancia dei pagamenti (Bdp) è redatta con un criterio di cassa: hanno segno positivo le operazioni che determinano un afflusso di valuta nel paese, negativo quelle che determinano un deflusso. Di conseguenza le importazioni di capitali, cioè gli afflussi di fondi nel paese, sono registrate col segno più nel conto finanziario della Bdp. Ma anche se hanno segno positivo, sono nuovi debiti, perché i capitali che entrano dovranno essere restituiti (salvo bancarotta). Di converso, le esportazioni di capitali sono registrate con segno meno, perché è valuta che "esce" dal paese per essere prestata a operatori non residenti. Tuttavia, anche se hanno un segno meno in termini di cassa, le esportazioni di capitale sono crediti.

Esempio: un tedesco acquista un Btp (è successo!). In Italia entrano soldi, esce un pezzo di carta, in Bdp abbiamo un segno più nel conto finanziario, ma il debito estero dell'Italia è aumentato (e quindi la posizione finanziaria netta sull'estero dell'Italia - crediti meno debiti - è peggiorata). Nella Bdp tedesca succede il contrario (Goofynomics): registra un segno meno nel conto finanziario, e un segno più nella posizione netta sull'estero.

Altro esempio: un francese acquista un pacchetto di controllo in una catena di supermercati italiani (è successo!). In Italia entrano soldi (che escono dalla Francia) e escono pezzi di carta (azioni). Quindi la Bdp italiana registra un segno più nel conto finanziario (voce investimenti diretti in entrata), ma un segno meno nella posizione netta. Il contrario in Francia.

Chiaro?

Ho come il sospetto che questo meccanismo ai colleghi sfugga. In effetti, gli investimenti diretti esteri in uscita (sorties de capitaux d'investissement directs à l'étranger) sono esportazioni di capitali (acquisti di azioni estere), quindi sono nuovi crediti, non nuovi debiti della Francia, e infatti, anche se hanno segno meno nel conto finanziario della BdP (perché è redatto col criterio di cassa che vi ho descritto: meno perché se presto soldi a qualcuno li tolgo dalle mie tasche), hanno poi segno più nello "stato patrimoniale" del paese, la posizione finanziaria netta sull'estero. Il debito è per i paesi dove i capitali arrivano, non per quello dal quale partono.

A contrario, gli investimenti diretti esteri in entrata sono un debito, anche se hanno segno più nel conto finanziario (di cassa) della Bdp. Per questo non è opportuno accogliere con animo tanto giulivo l'acquisto di aziende italiane da parte di imprenditori esteri: questi acquisti, che sono soldi che entrano, corrispondono a un aumento del debito dell'Italia verso l'estero, debito sul quale, come su tutti i debiti, si paga una remunerazione, che consiste non in interessi, ma in profitti espatriati verso i paesi di origine dei capitali. Quei profitti espatriati che sono alla causa del tracollo dell'Irlanda, e potrebbero essere un domani la causa di ulteriori tracolli italiani (laddove si materializzi la svendita).

So che sembra complicato, e forse lo è, a giudicare da quanti economisti "eterodossi" si sbagliano nel leggere la Bdp! (ce ne avrei di storie da raccontare...). Ma noi è meglio che ce lo ricordiamo. Si può essere originali nella proposta, anche essendo rigorosi nella lettura dei dati...

Giggio93
24-09-2013, 16.51.21
O, spiegata Tecnicamente, secondo il Ciclo di Frenkel.

Dal Sole24ore

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-07-01/ciclo-frenkel-spiegare-crisi-191219.shtml?uuid=Ab1kkIAI#navigation



All'interno di un'area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali. In questo modo non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli Paesi. Quale è il quadro in Europa? Una direttiva europea del 1988 ha enunciato il principio della libera circolazione dei capitali fatte alcune eccezioni (fatte salve alcune prerogative degli Stati membri in materia tributaria, fiscale). Dal 1999 con l'introduzione dell'euro queste restrizioni (clausole di salvaguardia) sono state abolite.

Una volta che i capitali sono liberalizzati inizia un afflusso di capitali dai Paesi del "centro" verso quelli della "periferia". I Paesi del "centro" (quelli più forti che hanno svalutato il cambio entrando nell'unione valutaria) trovano vantaggioso questo processo perché i tassi nella "periferia" (quelli dalle economie più fragili che hanno "rivalutato" il cambio entrando nell'area valutaria comune) sono un po' più alti e, in ogni caso, si tratta di prestiti privi di rischio cambio (perché il cambio dell'area valutaria è rigido).

L'afflusso di prestiti alimenta la domanda di famiglie e imprese della "periferia" generando una crescita dei consumi e degli investimenti e, di conseguenza, del Prodotto interno lordo. Allo stesso tempo migliorano i conti pubblici in quanto aumenta anche il gettito fiscale collegato all'espansione economica.

L'aumento di consumi e investimenti favorisce sì una crescita del Pil ma anche dell'inflazione. L'economia della periferia è in espansione e quindi sale anche il livello dei prezzi. Ma l'espansione resta legata all'afflusso di capitali stranieri, facilmente riscontrabile dall'aumento del debito privato che cresce molto più velocemente rispetto al debito pubblico che, come visto nella terza fase,...

A questo punto accade un evento traumatico che spinge i creditori del "centro" a chiudere i rubinetti verso la "periferia". Gli euroscettici che sposano la teoria del ciclo di Frenkel attribuiscono, per quanto riguarda l'area euro, questo evento alla crisi dei derivati subprime culminato con il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008.

A questo punto, venendo a mancare la liquidità straniera, si innesta un circolo vizioso per cui i Paesi della "periferia" entrano in recessione. Il debito pubblico aumenta è allo stesso tempo calano consumi e investimenti che fanno calare il Pil. Di conseguenza il rapporto debito/Pil peggiora e continua a peggiorare perché i Paesi della "periferia" sono costretti ad attuare misure di restrizione...

L'austerity e il circolo vizioso sui conti pubblici rendono la situazione insostenibile per la "periferia" che non ha alternative allo sganciarsi dall'unione valutaria. Secondo Frenkel è quello che è successo in Argentina. Lo stesso copione si sarebbe già visto anche in altri Paesi dell'America Latina e dell'Asia. Secondo alcuni economisti di stampo keynesiano l'Italia non sarebbe nuova a questo...
[/QUOTE]

Giggio93
24-09-2013, 16.55.14
Per altro v'è ampia prova empirica di ciò, difatti persino la BCE, che certo non è Keynesista, si è trovata costretta a dover ammettere l'evidenza.

Ma ancora, sui Fire Sales.
definizione

A fire sale is the sale of goods at extremely discounted prices, typically when the seller faces bankruptcy or other impending distress.


1999
Algida (Unilever, e naturalmente…; n.b.: impossibile verificare in rete la data dell’acquisizione: mi date una mano?)

2000
Emilio Pucci (Arnault, Francia)
Fiat Ferroviaria (Alstom, Francia)

2001
Bottega Veneta (Francia)
Fendi (Francia)

2003
Peroni (Sudafrica)
Sps Italiana Pack Systems (Usa)

2005
Acciaierie Lucchini (Russia)
Benelli (Cina)

2006
Carapelli Sasso e Bertolli (Spagna)
Galbani (Francia)

2008
Osvaldo Cariboni (Alstom, Francia)

2009
Fiat Avio (divisione Fiat per il settore aerospaziale) (USA, Inghilterra)

2010
Fastweb (Svizzera, aveva già parte delle azioni dal 2007)
Belfe (Sud Corea)
Lario (Sud Corea)
Boschetti alimentare (confetture) (Francia)

2011
Gancia (Russia)
Fiorucci (salumi) (Spagna)
Parmalat (Lactalis, Francia)
Bulgari (Francia)
Brioni (Francia)
Wind (Russia, prima Egitto)
Edison (Francia)
Mandarina Duck (Sud Corea)
Loquendo (leader nelle tecnologie di riconoscimento vocale) (Usa)
Eridania (zucchero) (Francia)

2012
Star (Spagna) (Controlla i marchi RisoChef, Pummarò, Sogni d’Oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo ed Olita)
Ducati (Germania)
Eskigel (produzione gelati per varie catene di supermercati) (UK)
Valentino (Qatar)
Ferretti (nautica) (Cina)
AR Pelati (pomodori) (Giappone)
Coccinelle (Sud Corea)
Sixty (Cina) Proprietaria dei marchi Miss Sixty e Energie

2013
Richard Ginori (venduta a Gucci, Francese)
Loro Piana (Francia)
Pernigotti (Turchia)
Chianti Gallo Nero Docg (Cina)
Pomellato (Francia)
Scotti Oro (Spagna per il 25%)

(…) La lista sopra riportata ha l’importanza che ha, cioè zero: è una mera collezione di aneddoti. Certo, osserviamo che le acquisizioni aumentano durante la crisi, ma questo dato ha effettivamente un qualche valore? Potrebbe anche essere solo che Simone ha avuto meno difficoltà a trovare notizie recenti che notizie remote, no?

No.

Le evidenze macroeconomiche ci dicono che le cose stanno esattamente come i dati riportati le lasciano intuire. L’entrata nell’euro prima, e la crisi poi, hanno determinato un’impennata delle acquisizioni di aziende italiane da parte dell’estero. Basta guardarsi le serie storiche, non è che ci voglia molto.

Questa è la serie degli IDE in entrata (i famosi afflussi di capitali) in milioni di dollari:

http://1.bp.blogspot.com/-u9LqI70R3mM/Ui92nCb8VtI/AAAAAAAAOHw/MzB_hRz0Xa0/s1600/2013.09.10+Bagnai+IDE+Italia+1.JPG

Due osservazioni: i valori negativi si riferiscono ad anni nei quali gli investitori esteri hanno smobilitato partecipazioni in Italia più di quanto non ne abbiano acquisite. Questo è successo in modo massiccio nel 2008. Ma anche tenendo conto di questa osservazione anomala, il tracciato è piuttosto eloquente. Il flusso medio di IDE in entrata è stato di 2.593 milioni di dollari nel periodo dal 1979 al 1998, e di 16.912 milioni di dollari dal 1999 al 2011.

Qualcuno dirà: be’, però questi sono valori nominali, risentono dell’inflazione. Giusto: allora vediamo il rapporto al Pil:

http://2.bp.blogspot.com/-ac13_ur6KEc/Ui926RndqqI/AAAAAAAAOH4/2jY0NQRc830/s1600/2013.09.10+Bagnai+IDE+Italia+2.JPG

Il quadro non cambia molto, ma in più si vedono alcuni eloquenti dettagli. Ad esempio, prima dell’euro il picco delle acquisizioni non si è avuto dopo la svalutazione del 1992, come dicono quelli dei fire sales, ma nel 1988, in pieno Sme “credibile”, quando cioè la lira era “forte” perché si manteneva in un rapporto di cambio rigido con l’Ecu, cioè col marco (lo abbiamo raccontato tante volte).

Ooooooops!

C’è qualcosa che non torna nel discorso di quelli che “la valuta forte protegge l’operaio dalla perdita di potere d’acquisto – si è visto come – e anche l’azienda nazionale dalla svendita”. E quello che non torna è sempre la stessa cosa: la mancanza delle basi dell’economia internazionale, e in particolare la scarsa conoscenza della letteratura teorica ed empirica sul commercio internazionale.

Mi spiego: qui c’è gente che continua a credere e a raccontare che l’euro sia stato messo su per rendere la vita facile ai turisti, o alle ditte di import/export. Ma noi sappiamo, e lo si sapeva anche prima, che i vantaggi dell’euro misurati in questa dimensione sarebbero stati irrisori: lo aveva detto lo stesso studio della Commissione Europea! Le transazioni commerciali risentivano (e risentono) del rischio di cambio in modo molto limitato perché i mercati finanziari consentono efficaci coperture a breve da questo rischio (del resto, metà del nostro commercio vi è ancora soggetto, no? E quando il sistema di Bretton Woods crollò non vi fu alcun crollo del commercio mondiale, no? E l’euro non ha particolarmente spinto il commercio intraeuropeo, come ora tutti sanno, giusto?).

Compagni, rassegnatevi: l’euro che difendete (apertamente, o gesuiticamente, con distinguo vari, dai fire sales alla moneta comune…) è stato fatto per proteggere i movimenti di capitale a medio-lungo termine dal rischio di cambio, cioè per favorire la circolazione indiscriminata dei capitali all’interno dell’Eurozona. L’euro è un pezzo importante (anche se “locale”) del progetto di globalizzazione, che così, a occhio, non mi sembra esattamente una cosa “di sinistra” (per lo meno, non quella basata sul fatto che il capitale vada liberamente dove gli pare a far quello che gli pare in assenza di qualsiasi controllo dello Stato – ah, compagni, scusate se ho detto Stato: sono evidentemente anche un po’ nazionalista…).

Attenzione: come ho detto più volte, questo ovvio dato di fatto non esclude che ci potessero anche essere buone intenzioni e che ci siano magari anche stati sporadici buoni risultati. Ma il punto è che un progetto fatto per favorire la circolazione (cioè i deflussi e gli afflussi) di capitali crea evidentemente, in re ipsa, un ambiente favorevole all’acquisizione di aziende da parte di capitali esteri, e proprio non si vede come sia logicamente possibile sostenere il contrario!
Attenzione: ovviamente la cosa vale nei due sensi, si intende: anche noi abbiamo avuto più facilità nell’acquistare aziende estere. Ma qui subentra la mens rea di Bruxelles: chissà perché, quando ci muoviamo noi per acquistare, se tentiamo di farlo nei paesi del Nord, son sassate nei denti (l’episodio citato da Simone è uno dei tanti, gli altri ve li ricordate).
E allora, per favore, basta con questa storia che l’euro ci protegge dai fire sales.

L’euro è i fire sales

Perché quando acquisti un bene all’estero, i prezzi rilevanti sono due: quello della valuta estera, e quello del bene estero. L’euro, distruggendo la redditività delle aziende italiane (attraverso la chiusura dei mercati di sbocco, attraverso il collasso del mercato interno favorito dalle riforme a base di flessibilità, attraverso mille canali) ha fatto crollare il prezzo delle aziende italiane. Chiaro? Il prezzo delle aziende è crollato molto più di quanto il prezzo della valuta (l’euro) sia aumentato.

E non mi riferisco solo al prezzo di quelle quotate in borsa: mi riferisco anche alle aziende non quotate, che a fronte di cali importanti del fatturato sono ben liete di accettare offerte di liquidazione sottoprezzo.
Un crollo della quotazione di un’azienda del 20% la rende del 20% più conveniente per l’investitore estero ma non aumenta la sua competitività di prezzo e quindi non le dà strumenti per resistere a offerte di acquisizione. Una svalutazione del 20% rende l’azienda più conveniente del 20% per l’investitore estero, ma al contempo rilancia la sua competitività di prezzo, la sua capacità di generare fatturato e profitti, e quindi di resistere. In Italia sta succedendo la prima cosa ma non può succedere la seconda.

Chi vuole l’euro vuole lo sterminio e la vendita a saldo di quello che resta delle nostre aziende. Visto che le aziende sono proprietà dei loro proprietari, che siccome hanno usato per acquistarle dei capitali sono dei capitalisti, se vogliamo pensare che il capitalista è cattivo ed è un nemico del proletario “a prescindere”, la svendita può anche essere vista come una cosa di sinistra, e così può essere visto l’euro.

Possiamo poi illuderci che il capitalista straniero sia necessariamente più bravo di quello italiano e che quindi per difendere il posto di lavoro di chi ce l’ha (magari fottendosene un po’ delle prospettive di chi non ce l’ha) il compito del sindacato debba essere quello di favorire le varie svendite (salvo poi pentirsene quando i lavoratori italiani vengono licenziati e gli stabilimenti chiusi, con il trasferimento in altri lidi di tecnologie e marchi). Mi avete raccontato centinaia di storie simili, e sono venuti qui anche sindacalisti a confessarci il loro disagio a fronte di questa linea, lo ricordate?

Io sarei per una visione lievemente più organica, anche perché, vedete, c’è un dettaglio.

Finché l’Italia usa una moneta straniera (l’euro), se un entità residente in Italia (ad esempio, un’azienda di proprietà estera) deve fare pagamenti all’estero (ad esempio per corrispondere alla casa madre estera dei profitti conseguiti in Italia), prima bisogna che la valuta straniera (l’euro) utilizzata sia entrata in Italia in qualche modo. Chiaro? Il deficit di pagamenti con l’estero determinato dalla necessità di rimpatriare i profitti all’estero deve essere compensato da un surplus da qualche altra parte. E come si corregge il saldo delle partite correnti lo sapete: con l’austerità.

Quindi chi vuole l’euro vuole un lavoratore licenziato dall’investitore che ha acquistato l’azienda italiana (perché questo accade spesso e volentieri), e tartassato, a valle, dallo Stato italiano, perché bisogna fare sacrifici per onorare i vari impegni con l’estero, fra i quali anche quello di remunerare il capitale del capitalista (estero) che ti ha licenziato.

Giggio93
24-09-2013, 17.04.59
O, spiegata Tecnicamente, secondo il Ciclo di Frenkel.

Dal Sole24ore

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-07-01/ciclo-frenkel-spiegare-crisi-191219.shtml?uuid=Ab1kkIAI#navigation



All'interno di un'area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali. In questo modo non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli Paesi. Quale è il quadro in Europa? Una direttiva europea del 1988 ha enunciato il principio della libera circolazione dei capitali fatte alcune eccezioni (fatte salve alcune prerogative degli Stati membri in materia tributaria, fiscale). Dal 1999 con l'introduzione dell'euro queste restrizioni (clausole di salvaguardia) sono state abolite.

Una volta che i capitali sono liberalizzati inizia un afflusso di capitali dai Paesi del "centro" verso quelli della "periferia". I Paesi del "centro" (quelli più forti che hanno svalutato il cambio entrando nell'unione valutaria) trovano vantaggioso questo processo perché i tassi nella "periferia" (quelli dalle economie più fragili che hanno "rivalutato" il cambio entrando nell'area valutaria comune) sono un po' più alti e, in ogni caso, si tratta di prestiti privi di rischio cambio (perché il cambio dell'area valutaria è rigido).

L'afflusso di prestiti alimenta la domanda di famiglie e imprese della "periferia" generando una crescita dei consumi e degli investimenti e, di conseguenza, del Prodotto interno lordo. Allo stesso tempo migliorano i conti pubblici in quanto aumenta anche il gettito fiscale collegato all'espansione economica.

L'aumento di consumi e investimenti favorisce sì una crescita del Pil ma anche dell'inflazione. L'economia della periferia è in espansione e quindi sale anche il livello dei prezzi. Ma l'espansione resta legata all'afflusso di capitali stranieri, facilmente riscontrabile dall'aumento del debito privato che cresce molto più velocemente rispetto al debito pubblico che, come visto nella terza fase,...

A questo punto accade un evento traumatico che spinge i creditori del "centro" a chiudere i rubinetti verso la "periferia". Gli euroscettici che sposano la teoria del ciclo di Frenkel attribuiscono, per quanto riguarda l'area euro, questo evento alla crisi dei derivati subprime culminato con il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008.

A questo punto, venendo a mancare la liquidità straniera, si innesta un circolo vizioso per cui i Paesi della "periferia" entrano in recessione. Il debito pubblico aumenta è allo stesso tempo calano consumi e investimenti che fanno calare il Pil. Di conseguenza il rapporto debito/Pil peggiora e continua a peggiorare perché i Paesi della "periferia" sono costretti ad attuare misure di restrizione...

L'austerity e il circolo vizioso sui conti pubblici rendono la situazione insostenibile per la "periferia" che non ha alternative allo sganciarsi dall'unione valutaria. Secondo Frenkel è quello che è successo in Argentina. Lo stesso copione si sarebbe già visto anche in altri Paesi dell'America Latina e dell'Asia. Secondo alcuni economisti di stampo keynesiano l'Italia non sarebbe nuova a questo...
[/QUOTE]

Zeo
24-09-2013, 17.05.59
A dire il vero io ho sempre sentito che la crisi è dovuta proprio dal debito privato e non da quello pubblico. Proprio diversi mesi fa in un seminario di Galimberti (che scrive per il Sole 24 Ore) sosteneva questo. :look:

Questo cmq non significa che l'integrazione industriale sia un male, anzi, è il motore della sua evoluzione.

Giggio93
24-09-2013, 17.22.48
A dire il vero io ho sempre sentito che la crisi è dovuta proprio dal debito privato e non da quello pubblico. Proprio diversi mesi fa in un seminario di Galimberti (che scrive per il Sole 24 Ore) sosteneva questo. :look:
Ehhh, un anno fa non l'avresti sentita questa storia.
Tra 2010 e 2012 la narrazione principale rimaneva che era colpa della mancanza di rigore fiscale, del tremendo debito pubblico, e così via.
Solo dalla fine del 2012 si è dovuto accettare anche teoricamente le cause della crisi.
Senno io perchè litigavo qui sul forum due anni fa? :asd:
Oltre per il fatto di essere un tipo litigioso intendo. :asd:




Questo cmq non significa che l'integrazione industriale sia un male, anzi, è il motore della sua evoluzione.
Assolutamente,nulla è in assoluto un male.
Però di certo la circolazione totalmente libera dei capitali, senza che vi siano sistemi di controllo su questi, è stata la causa della maggior parte delle crisi degli ultimi 30 anni.

Zeo
24-09-2013, 17.27.06
Ehhh, un anno fa non l'avresti sentita questa storia.
Tra 2010 e 2012 la narrazione principale rimaneva che era colpa della mancanza di rigore fiscale, del tremendo debito pubblico, e così via.
Solo dalla fine del 2012 si è dovuto accettare anche teoricamente le cause della crisi.
Senno io perchè litigavo qui sul forum due anni fa? :asd:
Oltre per il fatto di essere un tipo litigioso intendo. :asd:

Diciamo che non ha aiutato, ma di certo non è la principale motivazione. :D


Assolutamente,nulla è in assoluto un male.
Però di certo la circolazione totalmente libera dei capitali, senza che vi siano sistemi di controllo su questi, è stata la causa della maggior parte delle crisi degli ultimi 30 anni.

Ovvio, senza i dovuti controlli anche la spesa sulla sanità potrebbe essere una male. :asd: :D

FALLEN_ANGEL_664
24-09-2013, 17.29.22
il vice presidente della bce. [...]

Interessante.


Krugman nel 2012. [...]

Ok, ma messa così mi sembra una versione "troppo semplice" della spiegazione.


oppure, spiegata da bagnai. [...]

Molto molto interessante.


o, spiegata tecnicamente, secondo il ciclo di frenkel. [...]

Anche qui interessante.


Ma ancora, sui fire sales. [...]

Qui lo stile è un pò diverso ma più che altro si sente la mancanza della prima parte dell'esposizione.


Mi sembra sia comunque la solita questione: l'Europa è fatta a metà. Non è tanto il problema dell'investitore estero che viene ad investire quanto che quell'investitore sia "ancora estero" nonostante ci paghi con la stessa nostra moneta.

Poi personalmente l'Alitalia se la possono pure prendere gratis. Finchè me la levano dai coglioni và solo che bene. :asd:

Attendendo nell'ombra,
FALLEN ANGEL 664

Giggio93
24-09-2013, 17.39.09
Mi sembra sia comunque la solita questione: l'Europa è fatta a metà.
Il problema è questo Fallen: L'europa è fatta a metà o è fatta benissimo?
Perchè per me e te è fatta a metà (mancanza di controlli di capitali, mancanza di una banca centrale come FED, mancanza di unione fiscale, regole disomogenee tra mercati del lavoro e sistemi fiscali...).
Ma per Jens Weidmann, il presidente Deutsche Bundesbank, è fatta a metà o è perfetta?
http://intermarketandmore.finanza.com/files/2010/12/esposizione-pigs-banche.jpg


O ancora.
http://intermarketandmore.finanza.com/boom-la-banca-con-la-maggiore-esposizione-sui-derivati-ce-labbiamo-noi-in-europa-54976.html

FALLEN_ANGEL_664
24-09-2013, 17.43.24
Non capisco. Stai chiedendo a me se a chi stà bene questa situazione gli stà bene questa situazione? A che pro?

Attendendo nell'ombra,
FALLEN ANGEL 664

Giggio93
24-09-2013, 17.45.43
Non capisco. Stai chiedendo a me se a chi stà bene questa situazione gli stà bene questa situazione? A che pro?

Attendendo nell'ombra,
FALLEN ANGEL 664

La questione Fallen è che troppo spesso si pensa che tutti gli interessi siano omogenei.
Non è detto che il tuo interesse sia quello di un altro.
Ed in base alla valutazione complessiva dei propri interessi cambia anche la percezione sulle cose.
Quindi l'Euro non è un fallimento, come non è un successo.
L'Euro è venuto fuori esattamente come è stato programmato.
Il problema appunto non sta nella realizzazione, ma nella programmazione stessa.

E qui arriva poi il grande problema della sinistra Europea.
Perchè l'Europa è un progetto nato a sinistra.
Mentre l'Euro è un progetto nato a destra.
E quindi non può disconoscere il secondo senza disconoscere il primo (oddio in realtà si potrebbe, però devi ammettere che hai tirato il secondo pacco in un secolo, ed essendo il primo il muro di Berlino rischi che ti si mandi a fanculo :asd:).

Non so se sono chiaro.


(ora questo non vuol dire che lo stesso Euro non possa essere riformato ovviamente, ma devo ancora trovare qualcuno che mi spiega come convinci la Cancelliera, sopratutto ora che ha di nuovo ricevuto l'avvallo popolare)

FALLEN_ANGEL_664
24-09-2013, 17.50.33
E allora è un successo. Non per noi, certo.

Comunque bella come uscita. Anche se continua a non essermi chiaro il tuo discorso. Più che altro il perchè tu lo stia portando avanti con me rispondendomi...

Edit: come ho avuto modo di notare anche tu sei affetto come me dalla mania dell'edit. Qual'è il tuo tempo di sicurezza dopo il quale posso leggere gli interventi correndo un basso rischio di vedermeli pesantemente modificati? :asd:

Attendendo nell'ombra,
FALLEN ANGEL 664

Giggio93
24-09-2013, 17.52.28
Comunque bella come uscita. Anche se continua a non essermi chiaro il tuo discorso. Più che altro il perchè tu lo stia portando avanti con me rispondendomi...


No ma io non ti sto rispondendo (o almeno non in senso negativo), era una puntualizzazione, perchè spesso si ha la percezione dell'Euro come di una cosa riuscita a metà, e ci tenevo semplicemente a sottolineare che tutte le cose a seconda del punto di vista possono essere ben riuscite o mal riuscite.

EDIT
9 minuti

Ghostkonrad
24-09-2013, 17.54.05
Torniamo IT Giggio: cosa bisogna fare con Alitalia?

Hai 15-20 righe per spiegarlo. No grafici, no istogrammi, no quote, no link, no ipse dixit di Krugman, Bagnai o chicchessia. No niente. Solo quello che hai in testa.
Facciamo un esercizio di sintesi, visto che da come posti vedo che all'università stanno cercando di (e riuscendo a) fartela disimparare. Se hai davvero chiaro il quadro generale, 15-20 righe bastano di certo, per ogni cosa. Sono pure troppe.

Libero di non ottemperare, ma ti dico sin da ora che quando cercherai lavoro, ti chiederanno esattamente ciò che ti sto chiedendo io adesso. E saper rispondere tornerà utile. Senza malizia alcuna, eh.

FALLEN_ANGEL_664
24-09-2013, 17.56.31
No ma io non ti sto rispondendo (o almeno non in senso negativo), era una puntualizzazione, perchè spesso si ha la percezione dell'Euro come di una cosa riuscita a metà, e ci tenevo semplicemente a sottolineare che tutte le cose a seconda del punto di vista possono essere ben riuscite o mal riuscite.

Ah, ok. :D Non avevo capito.


EDIT
9 minuti

Fanculo, correrò il rischio. :asd:

Attendendo nell'ombra,
FALLEN ANGEL 664

FALLEN_ANGEL_664
24-09-2013, 17.59.34
Torniamo IT Giggio: cosa bisogna fare con Alitalia?

Escludendo miracoli ed acquisizioni estere, secondo me le risposte (che potrà dare) sono 2: nazionalizzazione o bancarotta. Ma in ogni caso penso volesse solo sottolineare come l'acquisizione da parte estera non è una cosa positiva per i motivi illustrati e che presenta risvolti che probabilmente di solito non si considerano.

Attendendo nell'ombra,
FALLEN ANGEL 664

Giggio93
24-09-2013, 20.32.10
Hai 15-20 righe per spiegarlo.

C'erano tante soluzioni, compresa una ricapitalizzazione interna, perchè in Italia, a differenza degli altri paesi, la dirigenza non investe nelle proprie aziende, guarda De Benedetti, 500 milioni entrati per il caso Mondadori ed ora cominceranno i licenziamenti a Repubblica per 4 milioni di rosso.
In un paese normale la dirigenza ricapitalizza la propria azienda, o meglio "investe",non si accontenta di raccogliere i profitti.
Detto questo, visto che in Italia fa il capitalismo degli Straccioni la mia risposta è quella Svedese, come ha intuito Fallen: Nazionalizzazione.
Per le banche Svedesi ha funzionato alla grande, non vedo perchè non possa funzionare altrove.
Temporaneamente ovviamente, il tempo di risanare i conti e pelare chi si merita la pelata.
Non sicuramente ricapitalizzazione sull'unghia da parte dello stato,senza nessun controllo sulle future attività, col rischio che si ripeta, o far fallire l'azienda, creando crisi sociale.
(che poi chiariamo, questo si inserisce in un grande contesto, ovvero le inadeguatezze del capitalismo Italiano, troppo familiare, non partecipa in borsa,troppo poco consociativismo e consorzi, e generale sottocapitalizzazione)
(Ultimo chiarimento: non dico che non ci devono essere assolutamente acquisti di azioni dall'estero,mica mi chiamo Giuseppe Stalin, però quantomeno si facciano con l'OPA, non con le scatole cinesi)

Giggio93
24-09-2013, 20.49.14
Ho contato: meno di 20 righe :sisi:


Escludendo miracoli ed acquisizioni estere, secondo me le risposte (che potrà dare) sono 2: nazionalizzazione o bancarotta. Ma in ogni caso penso volesse solo sottolineare come l'acquisizione da parte estera non è una cosa positiva per i motivi illustrati e che presenta risvolti che probabilmente di solito non si considerano.


Che poi mica l'ho capito come fai a sintetizzare così bene ed in maniera così chiara e pacata il pensiero di un'altra persona. :asd:

BattleByzan53
25-09-2013, 00.08.44
Buttandola li da ignorante in economia avanzata...Alitalia arranca fin da quando c'è stata la maxi cordata di imprenditori italiani e ha continuato a ricevere una pioggia di fondi pubblici per evitarne il collasso. Ora la situazione si ripresenta e ad oggi quali sono le soluzioni reali?(per reali intendo quelle che tengono conto di fattori concreti, come l'alta incapcità della pubblica amministrazione, nepotismo, bizantinismi di ogni sorta e cosi via) Non credo che lo stato si possa accollare pienamente le sorti del nostro gigante degli aerei, non ci sarebbero ne fondi ne le giuste capacità amministrative, conoscendo il livello basso e poco meritocatico della nostra p.a; imprenditori, beh non ne vedo all'orizzonte;l'ultima via, a mio avviso, concreta, beh porta direttamente a Parigi. L'investimento Francese potrebbe risanare la società oltre ad inserire personale competente in numerosi quadri, evitando il crollo, con relativa perdita di lavoro per migliaia di dipendenti oltre che di miliardi di lire/€ investiti...questo è un mio piccolissimo parere ma resto dell'idea che quando non sai fare una cosa è meglio mettersi da parte e far lavorare chi ne è competente.
ps Giggio i tuoi post sono sempre estremamente dettagliati ma richiedono seriamente una lettura puntigliosa ed estremamanete attenta, insomma riesci a rivolgerti ad altre persone che hanno conoscenze in materia ma ai più quel muro di diapositive, grafici e quant'altro, beh non è di grande aiuto. Credo che la sintesi sia la scelta migliore nell'esposizione e cosa fondamentale sarebbe bello leggere meno citazioni e più riflessioni anche perchè come sempre tutto ciò che si legge sui libri, specialmente se parliamo di economia, va contestualizzato per bene altrimenti si resta solo ed unicamente nel campo dell'astratto :birra:

Giggio93
25-09-2013, 00.14.05
Ma io parto sempre dal presupposto che spiegando io di merda sia meglio postare post/articoli/analisi di persone che hanno capacità espositive/divulgative migliori delle mie. :asd: