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Visualizza versione completa : Der Mythus des XXI Jahrhunderts



Qfwfq
22-04-2005, 11.49.56
Titolo provocatorio che fa il verso alla nota opera ariosofica di Alfred Rosenberg ( Der Mythus des XX Jahrhunderts ) ma il cui intento è quello di approfondire una ben specifica tematica: la funzione del mito quale elemento di mutazione ed evoluzione sociale secondo l’interpretazione di Georges Sorel. Qual sia l’importanza del mito nella condotta delle comunità umane così come del singolo individuo risulta elemento cruciale al fine di procedere all sfoltimento di interpretazioni meccanicistiche eccessivamente rigide per penetrare l’intimo significato di taluni avvenimenti; giacché un mero approfondimento dei soli nessi di causa-effetto riguardo ad un dato fenomeno non terrà conto anche delle implicazioni profondamente emotive e della carica suggestiva del medesimo originando una interpretazione storica lacunosa.

Occorre risalire alla psicologia bergsoniana per spiegare compiutamente la concezione soreliana del mito; per Bergson un atto libero dell’uomo consiste in un momento in cui l’uomo prende pieno possesso di sé, procedendo alla creazione di un insieme del tutto artificiale di immagini poste di fronte al presente. Benché, appunto, artificiali, tali immagini costituiscono più propriamente delle azioni la cui realizzazione dipende dalla volontà di colui che le ha sintetizzate; ancor di più, in quanto non semplici immagini di azioni possibili ma rappresentazioni ideali di azioni realizzabili tali prodotti del pensiero influiscono in modo determinante sul nostro pensiero sino a modificarne ed indirizzarne gli atti.

Analogamente al caso del singolo individuo interi gruppi sociali possono porre mano alla realizzazione di una simile organizzazione di immagini nel caso di mutamenti radicali e cruciali; tale insieme di rappresentazioni ideali non scaturirebbe solo dalla negazione di un presente che si vuole cambiare, ma anche dai sogni, dalle ambizioni e dalle aspettative dei singoli nei confronti del cambiamento; una rappresentazione delle loro forze dinamiche che non corrisponderà quasi certamente ad una fedele descrizione delle cose quali sono e quali saranno dopo l’avvenuto mutamento, ma che esprime un’unione di forze finalizzata alla volontà di procedere al radicale mutamento di una data situazione.

In tal caso il mito perde l’originaria connotazione negativa di distorsione della verità storica che ha assunto nell’attuale pensiero occidentale, di elemento costitutivo della leggenda, per divenire più propriamente “una organizzazione immaginaria motrice, una ‘idea-forza’ che influenza un gruppo sociale al punto da portarlo a diventare una forza creatrice della storia” ( R. Alleau ). Ecco dunque che il divenire sociale, lunghi dall’essere il semplice frutto di un determinismo storico, di un meccanicismo legato ad una ferrea logica di causa-effetto, di un materialismo dettato da un'interpretazione storiografica marxista risulta essere anche “una libera creazione fatta sotto l’influenza di miti sociali particolarmente scelti”.

Prosegue Alleau: “La nostra epoca, infatti, non è stata meno subitaneamente messa a confronto con nuove rappresentazioni dello spazio e del tempo di quanto lo fosse stato il Rinascimento. Poco a poco, un mito cronologico, diverso da quello dei secoli precedenti, sembra essersi imposto all’inconscio collettivo. Il nuovo mito trasferisce verso il futuro tutte le forze dell’epoca, diventando un ’inventore incessante’…” Tenendo ben presente la concezione di progresso quale estenuante corsa verso il futuro, la produttività sembrerebbe contendergli la corona di Mythus des XXI Jahrhunderts; scaturita dall’esperienza sociale della Rivoluzione Industriale da essa deriva una concezione dell’essere umano quale mero strumento produttivo sacrificabile in vista di un utile. Come rilevato già da Nietzsche, la storia della società umana è la storia dell'interiorizzazione del sacrificio. Questo sin dalla nascita del Cristianesimo, il quale storicamente prospetta l'alleviamento della schiavitù materiale tramite l'assoggettamento alla croce; ovvero ad una forma di sacrificio personale in vista di un bene ulteriore e superiore, un'immolazione come espressione d'amore in Dio e nel prossimo che giunga sino all'annullamento di sé.

Qfwfq
22-04-2005, 11.51.50
Contrariamente al Cristianesimo che aveva prospettato una forma di "umanissimo" e cosciente sacrificio per amore di Dio, in ambito Ottocentesco si assiste invece ad un processo di disumanizzazione dell'individuo considerato quale semplice estensione della macchina; un mezzo il cui massimo dovere sia costituito dalla produzione di beni materiali. Contrariamente a quanto accaduto nel Medioevo e nell'Evo Moderno la produttività cessa di avere valore puramente utilitaristico e strumentale per assumere connotazioni etiche e sociali, su cui si innesta quell'interiorizzazione della concezione di sacrificio già rilevata da Nietzsche. Sulla produttività si sviluppa pertanto la nuova idea di virtù sociale pienamente recepita dalla società contemporanea non più a livello strutturale, come nel caso del periodo della Rivoluzione Industriale, ma in forma personale come logica conseguenza del processo di interiorizzazione. La coercizione attiva, in sintesi, ha lasciato il posto alla formazione di un pressante senso del dovere che facendo coincidere la produttività con il massimo dei doveri sociali postuli l'inevitabile esclusione dalla società stessa di tutti quegli individui che decidano di non piegarsi alle sue logiche produttive.

Proprio sulla paura di tale esclusione fa leva il senso del dovere finalizzato a spronare la produttività, configurandosi come un efficiente ricatto psicologico, per giunta autoindotto, che spinga ciascuno a dare il meglio di sé. Poiché per ogni essere umano, in quanto animale sociale, risulterà naturale ricercare la propria identificazione nel medesimo tessuto sociale, nei suoi meccanismi e nelle sue ideologie, la minaccia di esclusione dalla società medesima risulterà inaccettabile, ed il ricatto produttivo particolarmente efficace nell'indurre il singolo a servire spontaneamente l'ossessione produttiva che domina la nostra società. Il tempo produttivo, in tale ottica, appare come la più evidente delle numerosi aberrazione di questo mito divenuto non più soreliana forza propulsiva del cambiamento ma cancrena sociale e morale in grado di divenire autentico fattore di disgregazione; vale a dire la concezione di un tempo quale “inventore incessante” nella mitizzazione già rilevata da Alleau su cui focalizzare tutte le forze del secolo in un tumultuoso progredire e che per tale ragione non può essere soggetto a colpevoli sprechi. Il tempo, in definitiva, potrà essere concepito come ben utilizzato solo in vista di una ricapitalizzazione pratica dello stesso, di un suo integrale sfruttamento, ancora una volta in vista di un utile sociale, che esclude un qualsiasi suo utilizzo personale ed umano nell’ottica di una piena maturazione del singolo. Inutile guardare con orrore agli echi delle minacce di collettivizzazione di staliniana memoria giacché la nostra società contemporanea è approdata alla collettivizzazione delle menti e delle pulsioni.

Boe.
22-04-2005, 11.53.58
azz.. pensavo si parlasse di questo;

http://www.culturadelbere.it/sponsor/campari/zeddapiras.jpg

AlEiNl0vE
22-04-2005, 12.13.24
Certo su un forum leggere questi topic a prima mattina, fa proprio cascare i maroni :(

Qfwfq
22-04-2005, 12.18.37
Poichè il topic è un esperimento sociologico di per sè potrò tirare le somme entro il tardo pomeriggio.

Boe.
22-04-2005, 12.19.12
Originally posted by Qfwfq
Poichè il topic è un esperimento sociologico di per sè potrò tirare le somme entro il tardo pomeriggio.

Cioè che noi siamo imbecilli ignoranti e non abbiamo voglia di leggere il tuo saggio? :D

AlEiNl0vE
22-04-2005, 12.20.52
Originally posted by Boenet
Cioè che noi siamo imbecilli ignoranti e non abbiamo voglia di leggere il tuo saggio? :D

Ah, che beata pena l'ignoranza ;)

follettomalefico
22-04-2005, 12.52.58
Uhm, l'esposizione è corretta, ma solamente in un ristretto contesto e ignorando certi fattori che nell'umana vita contano: l'uomo medesimo.

L'uomo è attore, mezzo e destinatario delle sue stesse azioni, come singolo traslato in sociale e come sociale sul singolo.

Le forme da te esposte sono corrette, ma solamente in una trattazione che assimila l'umana vita ad automi, più che a persone vere e proprie: ovvero per come l'hai esposta pare basata su un modello di uomo astratto e 'logico' più che su un uomo vero e proprio.


Peraltro, ti consiglio di interessarti al concetto di meme, che credo sia l'evoluzione ovvia a partire dal concetto di mito. Ovvero: come nello studio dell'atomo si è prima compresa la molecola, poi l'atomo, quindi i suoi componenti, anche in tale accezione l'atomo sta al mito come il quark sta al meme ;)




Parentesizzando, pur rimanendo IT: il concetto di "produttività" tu l'hai inteso in senso meramente 'meccanicista', ma esiste una semantica più lato che invece calza meglio la persona, cambiandone il contesto :)

azanoth
22-04-2005, 12.53.44
Originally posted by Qfwfq
ma il cui intento è quello di approfondire una ben specifica tematica: la funzione del mito quale elemento di mutazione ed evoluzione sociale secondo l’interpretazione di Georges Sorel.


predominante e opprimente.:sisi:

Solo i miti musicali fungono lisci come l'olio:metal:

yeah:rulez:

arcobalenotturno
22-04-2005, 13.07.54
sono in ufficio e non ho tempo di leggere bene con calma e spero che mi riattiivno la linea telefonica a casa il prima possibile per provare a rispondere come si deve...