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Visualizza versione completa : Il terrorismo come dottrina politico-militare



Qfwfq
12-10-2004, 17.26.31
Occorre prima di ogni altra cosa demolire il termine “terrorismo”, così frequentemente preso a prestito dal giornalismo e dalla propaganda occidentali, ma del tutto privo di significato in ambito strategico-militare. Nel parlare di dottrine armate meglio si farebbe ad utilizzare il termine "guerriglia" condotta da bande di "irregolari", vale a dire personale armato, spesso sprovvisto di un completo addestramento militare, il quale agisce senza tener conto delle tradizionali regole di ingaggio e combattimento vigenti in un esercito modellato sugli esempi occidentali. Obiettivi dei guerriglieri ? Come suggerisce anche il succitato e poco corretto sinonimo "terrorista" il compito principale delle forze irregolari è quello, appunto, di condurre un confronto armato di tipo non convenzionale nel caso in cui la messa in atto di strategie belliche legate all'utilizzo di truppe regolari risulti impossibile o del tutto fallimentare. In tal caso l'arma degli irregolari diviene appunto, in una concezione tipicamente asimmetrica del conflitto, l'esercizio del terrore e della destabilizzazione, anche sociale, nella zona di operazioni di modo da poter lentamente minare la coesione delle forze nemiche e la loro presa sul territorio. Inoltre, considerando come ogni azione "terroristica" condotta contro obiettivi non militari sia inevitabilmente destinata a ricadere sulle forze armate avversarie, di cui si evidenziano in tal modo le debolezze e le eventuali incapacità di mantenere l'ordine, anche gli attacchi ai civili rappresentano in quest'ottica una fondamentale componente di un più ampio disegno strategico.

Bisognerebbe fondamentalmente prender coscienza del terrorismo come del risultato dell'applicazione di una precisa dottrina strategico-militare che annovera fra i suoi fondatori anche i padri del pensiero militare moderno occidentale, giacché Clausewitz per primo, teorizzando la famosa "guerra di popolo" mutuata dalle esperienze delle guerre napoleoniche, enunciò il proficuo utilizzo di larghi contingenti irregolari in operazioni di guerriglia tese sia a fiancheggiare il proprio esercito, sia a contrapporsi ad una forza armata secondo strategie, appunto, non convenzionali, una volta dimostrata in un eventuale confronto armato la palese inferiorità od inadeguatezza della propria componente militare regolare.

Sempre in merito alle azioni irregolari ed al concetto di "guerra di popolo" ben si capisce, pertanto, come mai il Vom Kriege di Clausewitz abbia riscosso grande plauso nei paesi e fra i leader comunisti, da Lenin a Mao-Tze-Tung, che vedevano appunto nella prima teorizzazione della guerriglia il principio militare atto a coinvolgere le masse in uno scontro armato contro forze regolari che garantisse ampi margini di successo. Senza considerare come, teoricamente, la struttura stessa dei movimenti guerriglieri con i suoi caratteri di estrema flessibilità contenga elementi di "egualitarismo" in misura ben superiore ad una forza armata tradizionale legata ad un assetto rigidamente gerarchico. Si deve inoltre tener presente come, oltre che per merito dei fattori già citati, una eventuale forza guerrigliera goda rispetto al suo avversario "regolare" di un notevole margine di vantaggio per quel che riguarda il morale quando si trovi ad agire sul proprio territorio contro un invasore; la ragione è presto evidente. Anche qualora le popolazioni di una data regione non siano inclini a sposare la causa del cosiddetto "terrorismo", saranno comunque propense a prestare maggior fede ed appoggio a quella forza militare che più dell'altra agisca a contatto con le popolazioni medesime e ne condivida gli usi ed i costumi. Da ciò si evince come la guerriglia, nella sua primigenia connotazione, costituisca l’applicazione diretta di una concezione militare essenzialmente difensivista e pertanto rispettosa della teorizzazione clausewitziana della prevalenza della difesa rispetto all’attacco. Laddove, infatti, l’offensiva rappresenta una strategia dissipatrice e di logoramento, la difesa costituisce l’applicazione di un “principio di conservazione” delle forze morali e materiali e di più oculata gestione a lungo termine.

Qfwfq
12-10-2004, 17.27.44
Non solo; la guerriglia costituisce l’unica arma realmente efficace per servire il fine ultimo di ogni conflitto, ovvero portare la guerra sul territorio avversario, anche quando l’accesso allo stesso sia interdetto alle forze convenzionali dalla smisurata superiorità del nemico. Inoltre, colpendo inaspettatamente ove si riterrebbe impensabile che possano giungere, le azioni irregolari assestano durissimi colpi al morale dell’avversario, abbattendone con brutalità l’estrema fiducia nei propri larghissimi mezzi e smascherando sino a che punto un arsenale spesso imponente possa risultare del tutto impotente nella distruzione di un avversario sottile, sfuggente, quasi intangibile. E’ questa, forse, la massima realizzazione degli obiettivi psicologici che sono assegnati alla guerriglia: il creare un senso di impotenza nel cuore stesso del nemico condizionando la fiducia delle masse in un apparato bellico che si riteneva tanto invincibile.A prescindere, comunque, dalle implicazioni sociali del modello guerrigliero e della guerra di popolo, la contrapposizione fra due ben determinate dottrine militari, confronto rintracciabile anche nell'odierna guerra in Iraq, può essere evidenziato sin dall'epoca della guerra del Vietnam. In tale conflitto da una parte abbiamo un esercito regolare dotato di grande potenza di fuoco eppure restio ad esercitare integralmente la sua forza per ragioni politiche e di immagine; costretto, pertanto, a moderare il suo sforzo bellico onde evitare di intaccare le proprie risorse morali indissolubilmente legate al concetto di "esportazione della democrazia". Inutile precisare come tale concezione imponga quanto più possibile di risparmiare sofferenze e distruzioni alla popolazione civile, magari anche evitando di applicare strategie belliche efficaci ma, per contro, altamente distruttive. In una situazione del genere, ogni eventuale massacro ai danni di civili determina nella condotta bellica una sconfitta non meno sanguinosa di un rovescio patito per mano di armati avversari. Dall'altra parte della barricata abbiamo invece una forza composta in larga parte di irregolari che agiscono di concerto con la popolazione. Considerando peraltro giustamente tale popolazione come il reale fondamento del proprio potere e delle proprie capacità di azione, tali forze irregolari non si fanno scrupolo di coinvolgere attivamente le componenti civili nel conflitto, né di sottoporle ad estremi sacrifici, anche di sangue, confidando giustamente che le prospettive di esaurimento del proprio popolo siano infinitamente superiori a quelle dell'esercito avversario anche solo per mera differenza numerica.

In base a tali presupposti non appare certo un caso il clamoroso successo ottenuto, tardivamente oramai per sortire qualche effetto di rilievo nella conclusione positiva del conflitto, delle campagne di bombardamento Linebacker 1 e Linebacker 2, lanciate fra il 1970 ed il 1971 sotto l'amministrazione Nixon. Unici episodi nel corso della guerra, gli statunitensi esercitarono appieno il proprio potenziale aeronautico, utilizzando i bombardamenti massicci ad opera dei B-52 non più in ambito tattico, ma in funzione strategica grazie anche alla loro estensione, per la prima volta dall'inizio del conflitto, al territorio metropolitano del Vietnam del Nord. Una sorta di riproposizione della campagna di bombardamenti massicci della Germania nella Seconda Guerra Mondiale, a suo tempo coronata da grande successo, su scala più ridotta che ebbe tuttavia l'effetto di infliggere pesantissime perdite ai vietnamiti ( le perdite più pesanti mai registrate in quattro anni di guerra, per ammissione degli stessi ) riuscendo anche a centrare l'obiettivo strategico, sino allora mai raggiunto, della temporanea interruzione della famosa "pista di Ho-Chi-Min".

Qfwfq
12-10-2004, 17.28.35
Nell'odierna situazione irachena sembrerebbe riproporsi uno scenario simile, con forti contingenti di truppe americane costretti ad avere le mani legate nell'eradicamento del cosiddetto “terrorismo” dall'impossibilità di utilizzare anche metodi poco ortodossi. Risulta infatti indicativo che gli americani abbiano lanciato pesanti attacchi con nutritissime concentrazioni di fuoco solo in quelle ( invero pochissime ) aree caratterizzare da una tale presenza di elementi "guerriglieri" da giustificare eventuali perdite civili come inevitabili. Si assiste alla riproposizione di uno scontro fra una componente massiccia ma costretta a limitare il proprio campo di azione in virtù delle succitate spinte politico-propagandistico-ideologiche che la animano ed una componente decisamente più esigua ma nelle condizioni di operare al massimo delle proprie capacità con lo sfruttamento disinvolto delle risorse morali e materiali del territorio. In sintesi tali forze, che spesso vengono chiamate sprezzantemente "terroristi" e liquidati come tagliagole di quart'ordine hanno dimostrato di saper esercitare un proficuo radicalismo non solamente in ambito politico-religioso, ma anche in campo militare, tramite l'applicazione, invero coronata da grande successo, di quelle concezioni di "guerra totale" che sono state teorizzate proprio da noi occidentali un secolo e mezzo fa.Con questo non si vuole suggerire che l’unico modo per vincere sia quello di fare “tabula rasa” di una nazione e dei suoi abitanti, poiché l’Occidente sembra non potersi più permettere una tale condotta delle operazioni militari. Od almeno non in questa situazione. Nel momento in cui molti hanno gridato all'Islam barbaro ed incivile, o semplicemente arretrato da un punto di vista socio-politico-culturale rispetto al mondo Occidentale, implicitamente hanno giustificato una condotta di guerra da parte del radicalismo musulmano cui è proprio anche l'utilizzo di metodi altrettanto "incivili". Nel caso dell'Occidente, invece, l'impossibilità dell'applicazione di dottrine tanto disinvolte appare evidente, almeno sino a quando il problema iracheno non costituirà un reale pericolo per la sopravvivenza stessa della nazione statunitense ( presupposto quasi impossibile a verificarsi ), unica condizione possibile per operare un'escalation della violenza bellica che permetta il ricorso a strategie maggiormente distruttive. Se è vero, come sostiene Clausewitz, che lo sforzo bellico deve essere sempre proporzionato al fine politico, allora le dubbie e contraddittorie giustificazioni date per il lancio della guerra contro l'Iraq difficilmente potranno sostenere una recrudescenza del conflitto a meno del manifestarsi di nuovi fattori. Un utilizzo della cosiddetta strategia della "terra bruciata" prima del verificarsi di una simile ipotetica situazione determinerebbe un serio intaccamento delle forze morali della nazione statunitense e dell'Occidente in generale, che basano il loro volto presentabile agli occhi del resto del mondo proprio su di una ragionata posizione di filantropismo ed esportazione del modello democratico verso paesi "meno fortunati" che ben poco spazio lascia poi all'eventuale massacro delle popolazioni di queste medesime nazioni.

Qfwfq
12-10-2004, 17.29.20
L'impedimento di base ad una determinata conduzione delle operazioni belliche è rappresentato comunque da un netto rifiuto da parte delle opinioni pubbliche occidentali del concetto di "escalation" della violenza bellica, rifiuto mutuato in gran parte dalle esperienze di guerra totale ( e distruzione totale ) maturate nella Prima e soprattutto nella Seconda Guerra Mondiale e non ancora “metabolizzate” da un punto di vista meramente emotivo prima che pratico. Questi due conflitti, ciascuno di volta in volta considerato come "la guerra che metterà fine alle altre guerre" costituiscono un punto di rottura dell'esperienza occidentale nei confronti del fenomeno guerra, avendo coinvolto le masse della popolazione come mai nessun conflitto aveva precedentemente fatto e spesso anche più crudelmente delle forze al fronte ( specie se ci si riferisce all’ultimo conflitto ). E' innegabile che tale tragica esperienza abbia determinato un notevole maturazione dell'opinione pubblica occidentale ed una sua progressiva sensibilizzazione nei confronti delle perdite umane provocate da un qualsiasi scontro, ragione sufficiente per considerare le guerre combattute successivamente come infestate dagli spettri dei due grandi conflitti mondiali della prima metà del XX secolo; di riflesso si è pertanto evitato ad ogni costo, spesso anche inconsciamente ( e con risultati egualmente disastrosi ), che si potessero ripetere quegli eccidi che le popolazioni del "mondo civilizzato" hanno sperimentato per l'ultima volta solamente sessanta anni fa. Si potrebbe quasi dire che per la prima volta nel corso della storia una determinata parte della popolazione mondiale, anche se in modo piuttosto contorto e macchinoso, e sovente ipocrita, nutra preoccupazioni e scrupoli di ordine morale ed umanitario nei confronti delle eventuali perdite dei propri avversari che pure si intendono soggiogare.Su tale panorama si innesta il meccanismo dell'informazione che, come si è più volte ricordato, costituisce uno dei fattori di maggiore importanza dei nuovi conflitti. Il primo fondamentale attributo della stessa informazione, già ben evidente nella Seconda Guerra Mondiale con i suoi primi e soddisfacenti esperimenti di indottrinamento e campagne propagandistiche di massa, è rappresentato dall'alimentazione dello sforzo bellico di una data nazione per mezzo del rafforzamento delle sue risorse morali; questo, almeno, sino a quando l'informazione decida di fare lo stesso gioco di una nazione in guerra, servendone e "propagandandone" gli ideali e le spinte belliciste. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, sorge invece nel caso in cui l'informazione non si faccia vassalla del fine politico e della sua realizzazione militare, proponendo una parallela interpretazione critica di un medesimo conflitto e finendo per rappresentare, per una opinione pubblica ipereccitabile ed ipersensibile, un fattore di logoramento del morale dal potere pari a quello della "propaganda" stessa. Ecco così che l'informazione può giungere ad influenzare le scelte militari, a determinarne a volte la mancata applicazione, sino ad incidere sul comportamento degli stessi singoli soldati i quali, sotto l'occhio attento di una telecamera, spesso si sentono pesantemente condizionati nella loro libertà di azione pur trovandosi in missione a tutti gli effetti. Per contro, sembrerebbe non risultare possibile censurare la stampa libera ( e liberamente critica ) in merito ad un eventuale conflitto così da poter salvaguardare il morale dei civili e delle forze combattenti, perché così facendo una nazione democratica si scontrerebbe con i suoi principi fondanti, finendo per automutilarsi e per incrinare quella stessa forza morale che intenderebbe proteggere.

Qfwfq
12-10-2004, 17.30.22
Su tale nervo scoperto dell’Occidente, ovvero sulla insopprimibile necessità di mantenere un sistema informativo “in linea di massima” libero, fa presa la strategia eminentemente psicologica del “terrorismo” che, identificando correttamente la base di sopravvivenza del proprio avversario armato nel supporto ideologico ed emotivo offerto dalla relativa popolazione ad una azione militare, tenta di sgretolarne il morale e la compattezza puntando su di una “spettacolarizzazione della violenza”. Su di una sua divulgazione, gentilmente offerta dagli stessi media occidentali più per necessità che per futile ludibrio, in grado di far presa su di un’opinione pubblica impreparata ad assorbire un tale carico di violenza in cambio di benefici tanto fumosi o velatamente mendaci come potrebbe esserlo il concetto di “esportazione democratica”. Un buon concetto propagandistico, funzionale al sostegno di una guerra guerreggiata o di bassa intensità, ma del tutto inadeguato agli occhi dell’opinione pubblica e delle stesse truppe combattenti a giustificare i veri sacrifici di sangue che un conflitto reale sempre comporta. La vera debolezza dell’attuale panorama occidentale di fronte ad una guerra è probabilmente quella di avere sempre delle alternative all’insegna del negoziato, di godere di margini di manovra che i precedenti conflitti mondiali non offrivano, giacché, citando liberamente Sun Tzu in una sua massima a maggior ragione valida per i caratteri di estrema distruttività della guerra moderna, solo coloro che non potranno godere di vie di fuga combatteranno per vincere o morire.
Da tale ultima riflessione ben si educe come la guerra possa rappresentare una risorsa estrema, e non un semplice mezzo al servizio di determinate finalità politiche. La guerra è, prima di ogni altra cosa, un mezzo pericoloso giacchè, pur non essendo politicamente un'ultima ratio, costituisce di per sè un termine tendente all'estremizzazione. In poche parole, partendo dal presupposto che ogni guerra sia condotta per la realizzazione di un preciso scopo politico, si dovrebbe tener conto dello strumento bellico come di un mezzo tendente alla degenerazione e ad una progressiva incontrollabilità gradualmente inconciliabile con le sue proprie finalità; ciò, ovviamente, a meno di teorizzare conflitti, peraltro frequenti nella storia degli ultimi due secoli, condotti con l'esclusivo fine di destabilizzare una data popolazione od una particolare regione.

Per tale motivo si tende a parlare, spesso citando a sproposito Clausewitz, della guerra quale "continuazione della politica con altri mezzi"; più che citare il prussiano al fine di “sdoganare” una concezione troppo pericolosamente semplicistica dello sforzo armato, quasi che la guerra fosse uno strumento lecito quale la diplomazia, occorrerebbe maggiore attenzione nel ponderare la sua definizione. Dietro il termine "altri", e per espressa volontà dell’autore, si dovrebbero sottendere più precisamente specifiche qualità del fenomeno guerra che esulano del tutto dalla natura della politica e della diplomazia ( ovvero dell'estensione della politica applicata ad un contesto internazionale ) che pure dovrebbero indirizzarne l'azione. Queste ultime due attività umane si fondano idealmente sull'esercizio dell'oculatezza e del raziocinio, al fine di raggiungere una soluzione negoziata soddisfacente. La guerra, per contro, sebbene al pari della diplomazia punti all’ottenimento di una medesima soluzione negoziata ed alla susseguente condizione di pace, costituisce un elemento profondamente destabilizzante. La guerra non è solo esercizio di raziocinio politico e strategico legato ad un fine isolato, ma anche occasione per l'abbandono di ogni inibizione in virtù della stessa giustificazione che si offre della violenza quale elemento risolutivo di una data controversia; l'efficacia dello sforzo armato, di per sè, si basa molto sulla facile rottura di equilibri che difficilmente potrebbero essere modificati o stravolti da soluzioni politiche negoziate, e mai ci si dovrebbe astenere dal ponderare con attenzione il carattere “caotico” del fenomeno.

Qfwfq
12-10-2004, 17.30.56
Su tale carattere si basa la sua estrema pericolosità; ovvero, che nella distruzione degli equilibri e pertanto nella necessariamente conseguente radicalizzazione delle differenze e delle rivalità la pace possa sfuggire di mano alla guerra, in un innaturale prolungamento del conflitto che logorerebbe ambo gli avversari nelle loro risorse materiali, morali e nelle loro stesse capacità di controllo ( la capacità di gestione di un conflitto è inversamente proporzionale alla sua durata ); occorre precisare che una simile condizione porterebbe peraltro alla caduta dei loro primitivi obiettivi politici, la cui importanza sarebbe annichilita in una sproporzionata ascensione della violenza bellica. Tale degenerazione, come ho già avuto modo di enunciare, costituisce una caratteristica di qualsiasi scontro armato e si nutre degli stessi risvolti profondamente irrazionali ed "emotivi" insiti nel ricorso alla guerra, cosicché un conflitto, per sua natura apportatore di caos e squilibrio, vede aumentare le sue connotazioni prettamente negative all'allungarsi della sua durata. La guerra, in definitiva, non può che costituisce un'estrema risorsa non tanto per eventuali riserve e condanne morali, quanto per l'estrema accelerazione e per contro, scarsa intelligibilità, dei mutamenti che sovente innesca.


Post tenebram lux ! :asd:

Vincent Vega-r
12-10-2004, 21.53.32
l'hai scritto te?

*Lorenzo*
12-10-2004, 22.05.10
Non ho letto una riga dei tuoi post perchè a leggere su uno schermo un simile papiro si rischia che la rètina presenti la lettera di licenziamento...

Qfwfq, non ti facevo così logorroico...

Cmq ora salvo in formato testo, edito rapidamente e poi stampo.
Come faccio di solito per le pagine web che mi voglio leggere con comodo.



[edit]
ziobuonino... 5 pagine di .doc senza interlinee e a carattere 12
me le leggo domani notteeee

Elrond.
12-10-2004, 23.00.17
Complessivamente la tua analisi è veritiera ed accurata, da un punto di vista strettamente politico-militare. Tuttavia merita di essere preso in considerazione anche il punto di vista etico, a causa della confusione che induce taluni mass media politicizzati a confondere le due anime del terrorismo. Sotto un profilo eminentemente tecnico, neutro, “terrorismo” può essere inteso come equipollente di “guerriglia”. Se invece si vuole esprimere un giudizio etico, è possibile isolare e definire le operazioni che, nella pur ineliminabile barbarie caratterizzante un conflitto, risultano inconciliabili con il nostro sistema di valori: in quest’ottica, un’operazione bellica potrà essere definita “terroristica” qualora, a prescindere dalle peculiarità tattiche che le sono proprie, coinvolga la popolazione o le infrastrutture civili. In tal senso un’azione “terroristica” potrebbe essere realizzata anche da un esercito regolare. Come il tuo discorso stesso rivela, nelle linee strategiche caratterizzanti la gestione non convenzionale di un conflitto, assume capitale importanza la previsione di tale giudizio etico ( con riguardo tanto al momento dell’impatto emotivo quanto a quello del giudizio vero e proprio ), in ragione della quale si perseguono e si pubblicizzano atti di particolare efferatezza, al fine di conseguire la destabilizzazione dell’opinione pubblica avversaria nonché l’infiacchimento delle sue forze morali; obiettivo che, come sottolineavi, oggidì non può essere liberamente perseguito dagli eserciti occidentali, quantunque non vi siano impedimenti tecnici che ne inibiscano il perseguimento ad opera di eserciti regolari. Pertanto, in quella che tu chiami “guerriglia”, si può e si deve distinguere l’aspetto organizzativo rispetto alle implicazioni etiche di talune sue operazioni, ovvero di quelle operazioni rivolte contro obiettivi civili e/o inermi. Sono due aspetti distinti, come dimostra una duplice considerazione: le finalità della guerriglia ( ovvero la sua essenza ) non si esauriscono nella distruzione di obiettivi civili ( per quanto ne costituisca una componente largamente impiegata ) e quest’ultima non è esclusivamente adottabile dalla guerriglia.

Dunque sussiste una radicale differenza tra gli aspetti organizzativi tipici del terrorismo-guerriglia e la sua condotta bellica, che può meritare o non meritare la qualifica etica di “terroristica”: come è evidente, si tratta di due definizioni inerenti ad aspetti cronologicamente, logicamente ed ontologicamente distinti. Ora intraprendiamo un secondo ragionamento. Nel tuo discorso facevi giustamente notare come i terroristi si servano di azioni eclatanti dirette contro civili inermi al fine di indebolire le forze morali degli avversari. Tuttavia si dovrebbe aggiungere che gli stessi “avversari” possono servirsi di tale cruda efferatezza al fine di compattare l’opinione pubblica contro i “barbari” nemici. In tale ottica risulta vantaggioso operare una mendace confusione tra le due definizioni di “terrorismo”, facendo passare qualsiasi operazione bellica perpetrata da forze irregolari, per un atto terroristico eticamente qualificato. Mi riferisco, pars pro toto, al celeberrimo attentato contro le nostre forze stanziate a Nassiriya: ricordo, ad esempio, che il settimanale Panorama lo associò, in una sua copertina ( e, immagino, anche nel tenore degli articoli ), agli attentati di New York e di Madrid. E chiaro che, tanto nel primo caso quanto in questi ultimi due, si tratta di operazioni non convenzionali e, tecnicamente e militarmente, associabili sotto il comune denominatore di “terroristiche”; tuttavia, sotto un profilo etico, la “strage” di Nassiriya non è minimamente comparabile alle altre due, essendo rivolta contro forze militari occupanti anziché contro civili, e pertanto assolutamente non contestabile nei suoi presupposti etici ( almeno secondo i princìpi della giustizia retributiva ).
In conclusione trovo che il termine “terrorismo”, se riferito agli aspetti tecnici ed organizzativi di un’operazione o di una strategia militare, sia fortemente fuorviante e, pertanto, andrebbe sostituito dal più appropriato “guerriglia”. Ma, constatata l’indebita associazione summenzionata, operata in parte dai mass media e dall’opinione pubblica, risulta che tale distinzione così ovvia, non lo sia al punto da impedire confusioni.