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Visualizza versione completa : Riflessioni sulla guerra (Lungo)



Infandum
11-10-2004, 11.14.17
Scambio di battute tra corregionali.


Premesso che tutto quello che scrivo è quello che io penso per mia natura, cultura ed esperienza ...:

Sembra che la proiezione verso la vita e dunque l'istinto di sopravvivenza sia prerogativa di tutti gli esseri viventi, anche vegetali ... ma sembra anche che l'Uomo sia dotato di due fattori chiamati: Conoscenza e Coscienza, quest'ultima conseguenza diretta della prima, e con un'intelligenza capace di rielaborare la Conoscenza, in modo tale da poter modificare le condizioni di vita.

Questo significa che ha la capacità di autocontrollare gli istinti, dato un freno inibitorio chiamato appunto Coscienza (o SuperEgo ...scegliete voi) ...
quindi, .... per nn ridurre a tedio un confronto pur interessante, significa in ultima analisi che, se per istinto penso di ammazzare Bush o che se crepa non me frega nulla ... oppure se mi difendo quando vengo aggredita e l'ultima chance è la difesa fisica ... questo nn vuol dire che mi sveglio pensando di ammazzare mezzo mondo.

La Conoscenza e la Coscienza hanno dosi diverse nell'animo umano e da umano a umano .... pertanto nn penso sia discutibile l'eterna diatriba Bene e Male .... nè penso scompariranno d'incanto tutto i *malvagi* .... ma la Guerra è solo un atto premeditato, studiato a tavolino, congetturato apposta per l'eliminazione di masse di individui pur di testimoniare al mondo la propria arroganza di potere .... in un diritto prevaricatorio che nessuna legge -nè terrena nè tantomeno divina, per chi ci crede- si sogna ormai di riconoscere

Infandum
11-10-2004, 11.14.48
Quote:



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ma la Guerra è solo un atto premeditato, studiato a tavolino, congetturato apposta per l'eliminazione di masse di individui pur di testimoniare al mondo la propria arroganza di potere .... in un diritto prevaricatorio che nessuna legge -nè terrena nè tantomeno divina, per chi ci crede- si sogna ormai di riconoscere.



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Quoto questa frase di ***** a inizio pagina perchè mi spinge ad alcune riflessioni e puntualizzazioni.
Tralascio l'impianto assolutistico di *****, che non contempla il minimo dubbio, la minima deflessione dall'assunto iniziale ( la guerra è solo un atto premeditato...), ma le sue parole nascondono un interrogativo sempre attuale: esistono guerre giuste?

Va detto innanzitutto che spesso le riflessioni sul concetto di "guerra giusta" ( tipiche della filosofia morale) sono usate dai leader politici come paravento, ovvero occorre dare una giustificazione morale, convincere i soldati che la guerra è giusta, cioè che vanno a morire e ammazzano per una giusta causa.
Queste argomentazioni, che potranno forse apparire ipocrite, si fondano su una determinata dottrina che può essere meglio compresa dividendola in due parti, perché due sono gli aspetti della guerra che richiedono giustificazioni: da un lato, la sua legittimità, lo ius ad bellum, dall'altro, la sua condotta, lo ius in bello.
Per quanto concerne la legittimità, ovvero la giustificazione delle cause e delle motivazioni della guerra, la dottrina classica ricorre al concetto di «autodifesa». La teoria della guerra giusta muove da un'analogia con la nostra comune comprensione del diritto individuale all'autodifesa. Così come è giusto che io difenda me stesso se, per strada, sono improvvisamente attaccato da uno rapinatore o da un assassino, oppure se vado in soccorso di qualcun altro vittima di un'aggressione, è pure giusto che uno stato muova guerra ad un altro o per difendersi da un suo attacco o per difendere un altro stato che viene aggredito. Una guerra è giusta, quindi, qualora scaturisca dall'esigenza di difendersi o di difendere chi è stato assalito. Lo ius in bello, invece, cerca di rispondere a domande, che ogni soldato è costretto a porsi, riguardanti i limiti dell'azione di guerra, e stabilisce che i civili rimangano fuori dal combattimento.
Da un certo punto di vista la guerra è diversa dall'autodifesa individuale perché è un'attività che, una volta cominciata, diventa difficilmente controllabile. Essa implica la mobilitazione di un grande numero di persone, richiede catene di comando che spesso non sono molto efficienti, comporta battaglie con un numero di partecipanti troppo alto per essere tenuto sotto controllo, produce incidenti brutali che hanno luogo continuamente nel corso di ogni scontro. Per queste ragioni, deve esserci una profonda riluttanza ad iniziare una guerra e, quindi, molti degli argomenti riguardanti lo ius ad bellum sono destinati a specificare la lunga serie di tentativi da intraprendere per fronteggiare l'aggressione con mezzi non violenti prima di rispondere con la forza.
Personalmente non concordo con coloro che sostengono che la guerra sia soltanto la «risorsa estrema». A ben vedere, infatti, che si dia un «estremo» è un'idea metafisica: non si raggiunge mai l'«estremo», si può sempre trovare un'altra giustificazione all'aggressore, si può sempre richiedere un altro incontro o inviare un'altra nota diplomatica.
La giustizia richiede che il ricorso alla forza sia legittimo soltanto qualora tutte le alternative ragionevoli, che abbiano qualche prospettiva di successo, siano state esaurite.

Infandum
11-10-2004, 11.15.25
Un'ultima parola la spendo sul pacifismo.
I pacifisti scorgono nella teoria della guerra giusta un modo di argomentare che, definendo i limiti e i modi entro i quali la guerra va combattuta, finisce con l'accettarla e giustificarla.
Ci sono forme di aggressione, dominazione e tirannia a cui è necessario opporsi con la forza, perché non esiste nessun altro modo di opporvisi, e non è possibile sopportarle neanche per un breve periodo. In un certo senso, quindi, io sono un nemico politico del pacifismo perché in esso vedo il rifiuto ad impegnarsi contro la tirannia e l'oppressione nell'unico modo in cui, talvolta, è possibile farlo. D'altra parte, riconosco che i pacifisti hanno il merito di dare forza a un ideale che tutti condividiamo, quello di un mondo dove la politica sostituisca la guerra. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di una mera utopia . Pacifista è chi crede, forse non a torto, che ciò sia possibile prima ancora che si realizzi.
Dopo il crollo del muro di Berlino, si è creduto che si andasse incontro ad un futuro di pace. Dopo pochi anni, invece, politici e filosofi hanno dichiarato la loro nostalgia per la situazione politica prodotta dalla guerra fredda che, a loro parere, garantiva almeno la pace, e c'è chi parla oltre che ad una «guerra giusta», di una «pace giusta»?
In realtà, nel lungo periodo della guerra fredda sono scoppiati terribili conflitti in Corea e in Vietnam, in differenti parti dell'America Centrale, nel Medioriente, in Afghanistan, in India e in Pakistan. Il cosiddetto «equilibrio del terrore» manteneva la pace in Europa, non certo nel resto del mondo. Credo, quindi, che non dovremmo lamentarci della fine della guerra fredda, sebbene oggi gli assestamenti risultano essere molto difficili.
Penso alla pace «giusta»» in un linguaggio che è tratto dall'esperienza europea del XVI e del XVII secolo, poiché mi sembra che ci siano alcune significative somiglianze tra le guerre religiose di quel periodo e i conflitti nazionalisti del nostro tempo. Le guerre religiose ebbero fine con la dottrina della tolleranza , che non aboliva le differenze di fede, ma si limitava a stabilire dei confini, a fornire spazi entro i quali le comunità dei credenti potessero praticare la loro religione, produrre le loro istituzioni senza paura.
Oggi, dovremmo cercare l'equivalente della tolleranza religiosa nel contesto del conflitto nazionale, definendo e proteggendo degli spazi. Tali spazi dovranno essere di vario tipo, possono identificarsi con le regioni autonome, così come con gli Stati sovrani, oppure prendere la forma del pluralismo culturale, delle associazioni volontarie nella società civile, e, quindi, solo in alcuni casi comportano necessariamente una separazione politica e un'indipendenza statale. Occorre proteggere gli spazi con confini sicuri per tutti i gruppi nazionali, religiosi, etnici che sentono la necessità di questo tipo di sicurezza.
Non vedo un'altra forma equivalente alla tolleranza che non sia la definizione di confini, perché il nostro è un mondo in cui i buoni steccati fanno buon vicinato. I principi della pace, insomma, coincidono con quelli dell'autodeterminazione. Sottolineo che questi ultimi hanno molte possibili realizzazioni, non una sola. Se ogni gruppo etnico, ogni comunità religiosa richiedesse uno stato sovrano insorgerebbero difficoltà insormontabili. Da molte parti del mondo, però, giunge testimonianza che esistono modi di fornire spazio e sicurezza all'interno degli stati multinazionali attraverso l'autonomia regionale e il pluralismo culturale. La via verso la pace è dunque quella che passa per la definizione di confini che rispondano alle diffuse esigenze di autodeterminazione.

Infandum
11-10-2004, 11.16.45
l'assolutismo, caro corregionale, sta tutto in questa tua frase, quindi, suppongo, nella tua testa: dai per certo ed assoluto nel pensiero di una persona ciò che è solo frutto di una tua interpretazione. Limitati a dire: *mi sembra che ... mi pare di capire che....* almeno eviti posizioni assolutistiche nella tua critica ...
... onoltre, se leggessi più attentamente quanto da me scritto e ti soffermassi a rifletterci sopra, forse ti accorgeresti del tuo errore di interpretazione e quindi di giudizio.

Ritengo del tutto inutile fare esempi specifici, perchè in questo caso dovremmo forse partire da Dio e Lucifero ... (sciusami, eh?!) ... preferisco restare circoscritta all'atto iniziale ... non al contesto che scaturisce quando la macchina è già partita ...

L'autodifesa, come detto e ripetuto, anche di massa, anche di un intero popolo è la reazione istintiva al bisogno (o desiderio, scegli te) di sopravvivenza ..... non ha importanza se il NEMICO usa armi fisiche o psicologiche o di annientamento economico-sociale ... il concetto è: un popolo o un gruppo di persone che detiene il potere sta DELIBERATAMENTE soprafacendo un altro popolo o il resto della popolazione ... questi ultimi si trovano sotto attacco ... i primi hanno deciso la GUERRA, cioè la sopraffazione, l'assoggetttamento ... nei secondi scatta -immediata o a sua volta predisposta, la difesa ...

Pertanto tu sbagli, a mio avviso, nell'attribuire l'aggettivo *giusta* al sostantivo sbagliato: la Guerra presuppone in sè la volontà di attacco .... e perciò stesso non potrò MAI considerarla *giusta*. La difesa è, per sua definizione, la reazione ad un attacco e perciò stesso ... legittima e giusta.

Quanto poi avviene all'interno di questo meccanismo una volta scattato .... possiamo dargli tutti gli aggettivi di volta in volta più idonei: eccesso di difesa, controattacco illegittimo, violenza diffusa e indistinta tra i protagonisti ... perchè ormai, una volta che la mcchina della GUERRA è partita ... diventa poi estremamente difficile effetturae distinzioni *morali* ...
... ma ciò non toglie che la responsabilità primaria appartiene a chi ha delibertamente programmato l'attacco e/o innescato il meccanismo della sopraffazione o del genocidio ......



Quote:
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I principi della pace, insomma, coincidono con quelli dell'autodeterminazione. Sottolineo che questi ultimi hanno molte possibili realizzazioni, non una sola. Se ogni gruppo etnico, ogni comunità religiosa richiedesse uno stato sovrano insorgerebbero difficoltà insormontabili. Da molte parti del mondo, però, giunge testimonianza che esistono modi di fornire spazio e sicurezza all'interno degli stati multinazionali attraverso l'autonomia regionale e il pluralismo culturale. La via verso la pace è dunque quella che passa per la definizione di confini che rispondano alle diffuse esigenze di autodeterminazione.
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questa te la quoto in pieno per condiviisone, ma nn sono certo necessarie le GUERRE per mettere gli steccati e favorire l'autodeterminazione dei popoli .... le GUERRE sono sempre e solo volute come atto di forza e prepotenza sulla Ragione ...

Infine: non credo minimamente nell'Assolutismo, sono una relativista incallita ... quindi, ***, non sparare giudizi affrettati e presuntuosi sulle persone o sulle loro idee: come vedi, mi sono limitata ad esprimere il mio pensiero, da nessuna parte leggi: *** è così, *** è cosà .... quest'idea di *** è così o cosà .... anche un atteggiamento come il tuo può essere fautore di Guerra se lo estendi ad un popolo.

Scusate l'ho dovuto dividere perchè effettivamente troppo lungo. Chi ha la buona volontà lo legga in ordine cronologico.

Mischa
11-10-2004, 11.39.38
Letto. Condivido opinione di chi affermava in quote vari che guerra è aggressione, dunque non legittima, mentre difesa lo sia. Come che sia altrettanto valido porre dei limiti al "diritto di difendersi". Non credo in "difese preventive", che trovo paradossali quanto convergenze parallele, a livello logico e umano. A livello personale sogno una apocalisse ecatombale, sogno cielo rosso e 10% degli attuali insettucoli bipedi circolanti sul pianeta al massimo. Sogno una nuova genesi, in cui il massimo auspicabile sia sperare di sopravvivere a giorno dopo, in un mondo cadaverizzato di cui nutrirsi e nel quale veder spuntare larve. Ma è utopia. A livello umano, qualsiasi guerra non ha ragione e modo d'essere, nel mio cranietto vuoto. Dopotutto esiste una comunità internazionale che potrebbe semplicemente fottere di brutto qualsiasi stato osi anche solo pensare di fare un passo fuori casa per scassare i coglioni ad altri, senza per questo provocare reazioni di guerra o guerriglia (con chi te la prendi, con tutto il mondo?), o sbilanciamenti (se la comunità fosse internazionale sul serio, interessi e ciò che ne consegue sarebbero suddivisi equamente, il che ridurrebbe di riflesso anche solo l'insorgere di situazioni a rischio). Utopia, nuovamente? No, realizzabile, basterebbe che ONU fosse ONU davvero, e che fosse proibito avere eserciti nazionali.

Mach 1
11-10-2004, 13.40.06
il problema risiede sempre nella differenza che vi è tra la teoria e la pratica. Io studio ingegneria e ci vengono proposti un sacco di bellissimi modelli matematici che in teoria sono la panacea di tutti i mali, mentre in pratica non funzionano per niente e danno risultati sbagliati.
Ora se vogliamo "teorizzare" sulla guerra possiamo parlare dei perchè di una guerra, di cosa si potrebbe fare in futuro perchè non ve ne siano più, di quali sono i presupposti da costruire perchè la politica della guerra ceda il passo alla politica della pace e della diplomazia e così discorrendo.
ma in pratica dobbiamo tenere conto del fatto che dietro queste parole, dietro le guerre e tutto il resto, vi sono degli esseri umani. Esseri umani che sono limitati e irrazionali per natura e di questo se ne deve tenere conto.
tanto per fare un esempio, per distinguere la teoria e la pratica: quando qualche nostro conoscente ci presenta un suo problema sappiamo sempre precisamente cosa dovrebbe fare per risolverlo e lo consigliamo in tal senso. Ma se il medesimo problema dovesse accadere a noi finiremmo per smarrirci, non ci comporteremmo mai nella maniera e con la sicurezza consigliata e il problema che prima ci appariva semplice ora ci appare in tutta la sua complessità: questa è la differenza che corre tra una soluzione "teorica" ed una "pratica".
Sentimenti come avidità, invidia, gelosia, viltà, ingordigia, per quanto siano deleterei, sono connaturati con l'animo umano. Certo molti di noi ne sono liberi ma molti altri se sono schiavi. E pensare che certi sentimenti spariscano dal portafoglio emozionale umano è tanto utopico quanto sperare che un giorno spariscano "i cattivi" o "il male".
alla luce di questo e tenendo conto del fatto che, come già detto, alla fin fine sono esseri umani a determinare le guerre, credo sia impossibile auspicare che esse un giorno faranno parte del nostro passato. Perchè comunque saranno sempre esseri umani a determinare il destino del mondo.
mi piacerebbe invocare la pace universale, la fine di tutte le guerre, l'amore e il rispetto ed effettivamente lo faccio: ma nel momento stesso in cui lo faccio mi forzo di non pensare perchè mi rendo conto di quanto in realtà utopico e irrealizzabile sia ciò che vado dicendo.


un altro punto interessante poi è quello che distingue ciò che è accaduto da ciò che non è accaduto. Di solito siamo abituati a puntare il dito e giudicare gli avvenimenti ma non ci soffermiamo mai a giudicare cosa sarebbe potuto accadere se tali avvenimenti non si fossero compiuti.
Mi sono sempre chiesto come si sarebbero potute risolvere certe situazioni se si fossero svolte in maniera differente. Prendiamo per esempio il caso di hiroshima e nagasaki. Due episodi di grande viltà umana. Eppure, nella loro grottesca tragicità questi episodi potrebbero avere contribuito a salvare più vite di quante non ne hanno uccise. Supponiamo che le due bombe non siano mai state lanciate. In questo caso non vi sarebbe stata una dimostrazione a livello mondiale del potere distruttivo di quegli ordigni, che erano per'altro persino poco potenti rispetto a quanto si sarebbe prodotto anche solo dieci anni più tardi. In questo caso magari durante lo scoppio della guerra fredda, magari durante la crisi di cuba, si sarebbe operato con più leggerezza e magari si sarebbe dato il via ad una escalation atomica che nella realtà, fortunatamente, non è avvenuta o meglio si è limitata ad un uso del nucleare come "deterrente".
oppure, magari, non sarebbe successo niente, non si sarebbe mai ricorsi comunque all'utilizzo di testate nucleari e si sarebbero potute risparmiare le decine di migliaia di vittime cancellate dalla storia in pochi secondi durante quei due voli in giappone. nessuno può saperlo. ed alla luce di questo si perdono i significati di giusto o sbagliato e il tutto ci appare nella sua assurdità, e nella sua fragile precarietà

Qfwfq
11-10-2004, 17.50.23
Originally posted by Infandum

Personalmente non concordo con coloro che sostengono che la guerra sia soltanto la «risorsa estrema». A ben vedere, infatti, che si dia un «estremo» è un'idea metafisica: non si raggiunge mai l'«estremo», si può sempre trovare un'altra giustificazione all'aggressore, si può sempre richiedere un altro incontro o inviare un'altra nota diplomatica.
La giustizia richiede che il ricorso alla forza sia legittimo soltanto qualora tutte le alternative ragionevoli, che abbiano qualche prospettiva di successo, siano state esaurite.

Non posso concordare su questo primo assunto, vale a dire che la guerra, lungi dall'essere una risorsa estrema, costituisca un mezzo al servizio di determinate finalità politiche. Eppure la guerra rappresenta un mezzo pericoloso giacchè, pur non essendo un'ultima ratio, costituisce di per sè un termine tendente all'estremizzazione. In poche parole, partendo dal presupposto che ogni guerra sia condotta per la realizzazione di un preciso scopo politico, si dovrebbe tener conto dello strumento bellico come di un mezzo tendente alla degenerazione e ad una progressiva incontrollabilità gradualmente inconciliabile con le sue proprie finalità; ciò, ovviamente, a meno di teorizzare conflitti, peraltro presenti nella storia dell'uomo, condotti con l'esclusivo fine di destabilizzare una data popolazione od una particolare regione. Per tale motivo si tende a parlare, spesso citando a sproposito il suo primo teorizzatore moderno, della guerra quale "continuazione della politica con altri mezzi", sottintendendo con "altri" specifiche qualità del fenomeno guerra che esulano totalmente dalla natura della politica e della diplomazia ( ovvero dell'estensione della politica applicata ad un contesto internazionale ) che pure dovrebbero indirizzarne l'azione. Queste ultime due attività umane si fondano idealmente sull'esercizio dell'oculatezza e del raziocinio, al fine di raggiungere una soluzione negoziata soddisfacente. La guerra, per contro, sebbene al pari della diplomazia punti ( o comunque in una condizione ideale dovrebbe farlo ) al raggiungimento di una medesima soluzione negoziata ed alla sussequente condizione di pace, costituisce un elemento profondamente destabilizzante. La guerra non è solo esercizio di raziocinio politico e strategico legato ad un fine isolato, ma anche occasione per l'abbandono di ogni inibizione in virtù della giustificazione della violenza quale elemento risolutivo di una data controversia; l'efficacia dello sforzo armato, di per sè, si basa molto sulla facile rottura di equilibri che difficilmente potrebbero essere modificati o, peggio, stravolti da soluzioni politiche negoziate.

E su tale caratteristica si basa la sua estrema pericolosità; ovvero, che nella distruzione degli equilibri e pertanto nella necessariamente conseguente radicalizzazione delle differenze e delle rivalità la pace possa sfuggire di mano alla guerra, in un innaturale prolungamento del conflitto che logorerebbe ambo gli avversari nelle loro risorse materiali, morali e nelle loro stesse capacità di controllo ( la capacità di gestione di un conflitto è inversamente proporzionale alla sua durata ) e che porterebbe anche alla caduta dei loro primitivi obiettivi politici, la cui importanza sarebbe annichilita in una sproporzionata ascensione della violenza bellica. Tale degenerazione, come ho già avuto modo di enunciare, costituisce una caratteristica di qualsiasi scontro armato e si nutre degli stessi risvolti profondamente irrazionali ed "emotivi" insiti nel ricorso alla guerra, cosicchè un conflitto, per sua natura apportatrore ci caos e squilibrio, vede aumentare le sue connotazioni prettamente negative all'allungarsi della sua durata. La guerra, pertanto, costituisce un'estrema risorsa non per eventuali riserve e condanne morali, ma per l'estrema accelerazione e per contro, scarsa intellegibilità, dei mutamenti che sovente innesca.