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Visualizza versione completa : Il giardino



Qfwfq
03-10-2004, 22.36.50
Adoro passeggiare, e questa mia passione è ben nota; così, quando il mio umore vago ed incostante me lo permette, non disdegno di uscire dalle mie quattro mura per lunghe e confortanti passeggiate. Mi rendo conto che forse confortanti non è propriamente il termine esatto, dal momento che i luoghi che raggiungo con la mente non meno che con il passo sovente mi spingono a riflettere. E quel che scaturisce dal mio pensiero non sempre è benevolo.
Orbene, un giorno camminavo distrattamente verso un luogo non lontano di qui che i più chiamano Colleluna; nome suggestivo e dal sapore vagamente tolkieniano di per sé sufficiente perché il forestiero si sbizzarrisca in una ridda di fantasie. E per quanto il luogo sovrabbondi di ville tronfiamente e mollemente scaglionate lungo la china il nome ben rende giustizia al luogo; un colle posto a metà fra la piana ed i piedi delle montagne a settentrione, superbamente dominante sulla città ed ulteriormente coronato da una torre medievale. Una costruzione svettante ed insieme austera, ben visibile anche a distanza, che un giorno mi richiamò a sé. La vegetazione digradava lentamente all’inasprirsi della pendenza, sino a scoprire la sommità calva del colle. La torre, posta quasi ad incoronare chissà quale dignità, era racchiusa da una solida cinta muraria ingrigita, scrostata dal tempo, solcata da vecchi rampicanti. Dai battenti contorti ben si vedeva come lo spazio racchiuso dalla pietra fosse completamente desolato fatta eccezione per un rado e giallastro manto erboso, sicché non si sarebbe ben compreso il lavorìo di un contadino intento a dissodare la terra e strappare le erbacce. Semplicemente assorto nel curare amorevolmente il nulla, cosa che non mancò di suscitarmi una certa ilarità inevitabile quando assistiamo ad imprese semplicemente senza senso, eppure ricoperte dalla patina della più profonda serietà di questo mondo. A dire il vero mi venne in mente anche una celebre frase di Voltaire sulla necessità di coltivare il proprio giardino, ovviamente sottintendendo la futilità nell’apprezzarne eventualmente la ricchezza e la bellezza; prima riflessione che mi spinse, incuriosito, a chiedere la ragione di un’opera tanto zelante.
“Continuo l’opera che il mio avo non seppe portare a termine, condannando il parco della torre e la costruzione medesima ad un lento disfacimento”. Ovviamente non pretendo di riportare fedelmente le parole dell’uomo, ma il senso della sua risposta dialettale potrebbe essere perfettamente quello racchiuso dalle virgolette. E, con l’impaziente piacere di chi evidentemente abbia scarse occasioni di parlare con uno sconosciuto, senza badare ad un mio eventuale disinteresse verso quello strano racconto che sto per riportare, prese a narrare la storia del luogo. Una storia che non pretende di essere veritiera, a parte forse nella sua mente, e ricca di non pochi dettagli bislacchi, ma che mi sento in dovere di riportare fedelmente limandone solamente la forma.

In principio esisteva sulla sommità del colle solamente un giardino, libero da mura e voluto da un nobile possidente. L’Architetto o Guardiano da quel parco traeva grande diletto, alimentandosi in egual misura dei frutti della sua terra e riempendosi gli occhi della lussureggiante bellezza di una natura rigogliosa ed armoniosa. Tutto era stato accuratamente studiato ed amorevolmente curato per risultare aggraziato ed un piccolo ruscello fluiva a mezza costa rinverdendo la terra e riempendo il silenzio di quella landa ancora disabitata di un sommesso gorgoglìo. Incredibile a dirsi, su quel colle crescevano anche numerosi gli alberi, non esistevano vuoti inquietanti, ed ogni seppur minima radura era presto colmata dalla zelante opera del Guardiano nel piantare nuovi arbusti.
Eppure, a quanto pare, tutto questo non durò che per il balenare di un fulmine. Spinto dalla preoccupazione di salvaguardare la sua creazione dalla minaccia vagamente incombente di genti insediatesi alla base del colle, ed incitato in tale sua opera da dissennati consigli, egli prese a recintare strettamente il cuore del giardino nella sua volontà di celare un bene a lui tanto caro. Fece erigere grandi mura a sua difesa , la cui altezza si accresceva lentamente ed inesorabilmente, pietra su pietra, all’aumentare delle preoccupazioni del Guardiano nei riguardi di coloro che avrebbero potuto predarlo. Ma la stessa pietra accumulata per innalzare un complesso di questa mole prese in breve a soffocare il terreno, e l’erba capitata malauguratamente all’ombra del muro ingiallì per prima. Avvizzì, scoprendo un primo ampio anello di terreno quasi a segnare il confine fra i vivi ed i morti.

Qfwfq
03-10-2004, 22.37.31
Una così dolorosa mutilazione sembrava tuttavia non bastare. Egli non intendeva solamente scoraggiare le mire degli ipotetici predoni rendendo ardua anche solo la scalata di qualche monello, ma sviarne per giunta le mire ricoprendo ogni cosa di una patina di decadenza e devastazione. Solo in questo modo il cuore pulsante del giardino sarebbe stato occultato per sempre. Ordinò così che di fronte alle mura venissero piantati innumerevoli rampicanti e nutrendoli con diligenza accrebbe l’intrico e la grossezza delle loro fibre, cosicché molto presto la muraglia fu ricoperta da una fitta ragnatela di grigi parassiti vegetali. Ogni dettaglio esteriore gridò a quel punto, apparentemente, all’abbandono ed alla decadenza del giardino, riempendo di orrore chiunque il caso avesse portato a contemplare le sue mura.
Si racconta che a quanto pare il Guardiano ridesse di fronte alla raffinatezza dei suoi intrighi, non sapendo ancora che in tal modo aveva decretato la distruzione del suo bene più caro. La ragnatela in breve allungò le sue appendici superando il tracciato del muro; estese ingordamente le sue spire oramai abbastanza sviluppata di poter vivere di vita propria e si diede a soffocare ogni forma di vita all’interno del giardino. L’erba venne schiacciata e gli alberi lentamente stritolati e schiantati. Troppo tardi egli si accorse di quanti mali erano derivati dal suo irragionevole terrore e da una superba sicurezza nelle sue capacità, e vanamente si preparò alla guerra di fronte a quel mare di rovi. Invece, senza dover nemmeno alzare una volta l’ascia per reciderne i tentacoli, quei parassiti scomparirono da sé, non potendo ovviamente sopravvivere alla distruzione della vita che predavano.
Preso dall’orrore della desolazione e braccato dal vuoto, avendo perso ogni sicurezza nelle proprie azioni, volle il Guardiano accrescere l’originario errore costruendo su quella nuda terra, quasi un monumento alla memoria, una grande torre cilindrica ove avesse potuto rifugiarsi nel tentativo di dimenticare distogliendo lo sguardo, oramai imprigionato da un ennesimo muro; ed ivi prese ad obliare acquisendo conoscenze che poco avessero a che fare col mondo esterno di modo da non doversi più avventurare fuori a rimirare lo sterile terreno.

Questa storia mi raccontò il contadino, mentre io lo osservavo fra il serio ed il faceto, aggiungendo che contrariamente ai racconti popolari una morale a conclusione non esisteva. L’Architetto aveva soffocato la sua creazione per zelo eccessivo, e sempre per non dover più contemplare la rovina esterna aveva preso anche a trascurare la desolazione della torre, lentamente destinata a marcire dalle fondamenta mentre all’interno si arricchiva di ozi superficiali e lussuosi. Lui, che di tante ricchezze non aveva beneficiato, mai avendo l’occasione di poterle contemplare anche solo da lontano, si sentiva però legato al fato del Guardiano ed al tentativo di porre rimedio ai suoi errori. Troppo tardi, invero, ma superfluo considerare come quel suo sterile dissodare la terra e strappare le erbacce avesse un profondo significato simbolico.

B_eXtreme
03-10-2004, 23.00.57
Jax quando parlava del suo pennello nei centri sociali lo accusavano di essere sessista.

nageki
04-10-2004, 00.18.44
Ti ho già detto quello che penso in query .. questa sera come altre in cui ho avuto occasione di leggere quello che scrivi. Spero prenderai seriamente le mie parole, o che almeno tenterai perchè credimi, ne vale davvero la pena ;)

JEDI
04-10-2004, 13.51.53
Isn'it ironic, don't you think?

Peter Pan
04-10-2004, 22.03.43
Steven Hawking ha scritto di essere rammaricato, perché la domanda a cui non sa dare risposta è: perché mai l'Universo si è dato la pena di esistere?