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Qfwfq
08-08-2003, 22.13.32
DIALOGUS AUT MONOLOGUS ?

Ambientazione:
Circolo schermistico d’epoca vittoriana; pareti ricoperte da pannelli di palissandro intarsiati, poltrone in pelle scura e massicci tavoli in mogano. Aroma di tabacco da pipa nell’aria della principale sala di lettura.
Personaggi:
Simplicius e Berengarius circa ottocento anni dopo lo svolgimento del dramma dell’abbazia ( cfr. 15…16…17 ).

ATTO UNICO

Simplicius: Vi riverisco nobile signore. Ebbene, dopo un sì lungo tempo intercorso fra questo fausto giorno ed il nostro ultimo incontro, cosa è mutato in voi ? Non credo di dovermi aspettare di essere oggi trafitto da una spada così come ottocento anni orsono mi ritrovai col cranio spaccato. Nevvero, venerabile Berengarius ?

Berengarius: I secoli scorrono, fluiscono in questa remota ed insignificante parte del cosmo senza curarsi della nostra presenza. Mi chiedo, Simplicius, come puoi pensare che qualcosa sia cambiato ? Nemmeno la tua stoltezza nel pormi una simile domanda sembra essere scemata nel corso di tutti questi anni.

Simplicius: Eppure ho la certezza che la sola vostra mente si sia fossilizzata. Come potete sostenere che nulla vada incontro a cambiamento ? Come potete opporvi in questo modo al principio eracliteo del panta rei ? Tutto scorre, tutto va incontro a continua trasformazione; dall’uomo, alle meccaniche celesti, nulla è uguale a ciò che era l’istante prima di questo. Non esiste alcunché che possa essere stazionario a questo mondo.

Berengarius: Mio buon Simplicius, non scomodare gli astri ed evita di rivolgere l’occhio al cielo. Siamo forse in grado di comprendere la meccanica celeste, od il cosmo od una menoma frazione di questo nella sua totalità ? Purtroppo no, sinché l’uomo si limiterà a cogliere di esso la sola parte fenomenica, squisitamente empirica. La verità, Simplicius, ti azzarderesti forse ad affermare sia possibile afferrarla nei fenomeni e non nella ragione del loro accadere ? In ottocento anni abbiamo ambedue rimirato, ognuno a suo modo, lo scorrere di decine di sistemi filosofici, di centinaia di schemi interpretativi della realtà supposta tale. Eppure possiamo nonostante il fluire degli eventi affermare che qualcosa sia andato incontro al cambiamento ? No, Simplicius, non possiamo. Ciò a cui ho assistito è stata in realtà una continua frustrazione della eccezionale durata di ben otto secoli. Ogni tentativo di carpire la verità, di ammirare il noumeno è infine naufragato, è stato corrotto o deviato oppure mal formulato sin dalla sua origine. L’uomo, in breve, ha preferito limitarsi all’apparenza, crogiolarsi nelle sovrastrutture e negli orpelli.

Simplicius: Cosa mi dite allora dei progressi della fisica, della matematica, delle scienze naturali nella comprensione del mondo, degli stessi progressi della civilizzazione umana ? Appena quattro secoli orsono l’Inquisizione imperversava durante la Controriforma in nome di una illogica e perversa morale di purezza religiosa; oggi ci ritroviamo a parlare in questo stesso luogo in virtù di una acquisita libertà di parola e di associazione. Raggiunta indipendenza del pensiero, venerabile Berengarius; non è forse il segno di un gigantesco progresso ?

Berengarius: Trovo molto da obiettare nelle tue argomentazioni, se non addirittura spunti notevoli per una completa confutazione. Volendo porre in disparte almeno per un momento la questione inerente il progresso delle scienze, esaminiamo la tua esemplificazione storica.

Simplicius: Sono a vostra discrezione, nobile Berengarius. Pur tuttavia parmi la mia argomentazione assolutamente inattaccabile ed ineccepibile per formulazione.

Berengarius: Nelle tua parole non posso fare a meno di scorgere l’arroganza del senso comune delle cose, la stoltezza e miopia della logica del gregge che domina il mondo. A prescindere dalle implicazioni politiche dell’Inquisizione, che ne fecero evento di capitale importanza e notevolissima portata in campo politico e sociale più che religioso, come puoi solo affermare che siamo andati incontro ad un miglioramento, o se preferisci, ad un minimo cambiamento ? Forse in virtù dell’aver imparato a nuocere agli altri più che a noi stessi puoi giungere ad una conclusione del genere ? Meno di quattrocento anni fa Cortéz, approdato in Messico, scriveva all’Imperatore Carlo V chiedendo istruzioni sul come trattare i nativi. Dovevano essere considerati uomini, come sostenuto dal solitario ed illuminato Bartolomeo de Las Casas, o più propriamente homunculi ? Non sussiste margine di dubbio sulla scelta del trattamento da riservare a quei popoli; le ragioni della conquista preferirono negare loro persino il diritto ad avere un’anima agli occhi della religione cattolica. Da allora ad oggi talmente tante cose sono cambiate che possiamo ben vedere come re Leopoldo II giochi al massacro con i nativi del Congo. Motivazioni ? Nuove ed allo stesso tempo vecchie e ben conosciute ragioni di conquista ed arricchimento dissimulate sotto la maschera di una presunta superiorità dei suoi europeissimi e civilissimi belgi sui congolesi. Eccoti il cambiamento che tanto canti e celebri a chiacchiere; notevolissimo, non trovi ? Sembrerebbe quasi che tutto sia passato invano, giacché ogni filosofare non ha prodotto altro che vuote parole; frasi destinate a cadere nell’oblio della monotona azione umana, ripetitiva come la nostra esistenza che si trascina oramai da ottocento lunghissimi anni. Ammira il cambiamento; l’evoluzione, questa sì, effettivamente tangibile delle belle prediche a cui si accompagna la costante scellerata dell’agire. Il risultato è quello di due violini, pur sempre appartenenti alla stessa orchestra, che suonano su due registri diversi, conciliabili solo quando uno dei due vorrà accordarsi alla melodia dell’altro. E non v’è bisogno che ti ricordi, Simplicius, quale vorrei fosse la melodia dominante.

Simplicius: Eppure il miglioramento della nostre condizioni di vita mi sembra innegabile. Ricordatevi delle libertà di cui godiamo, nobile Berengarius. Le libertà di cui ho già accennato e che ci permettono di essere in questo luogo a disquisire in accordo al nostro piacere.

Berengarius: In effetti di questo cambiamento ti devo dare atto, mio caro Simplicius. Le forme di costrizione, di coercizione si sono fatte vieppiù subdole, dissimulate sotto forme ben più accattivanti e rese maggiormente partecipi della vita del singolo. Ma, cosa più importante, si sono congiunte a nuove astrazioni della mente; ne sono diventate le ancelle, ingannando l’uomo con la falsa credenza che il benessere su questa Terra sia scaturito dalla medesima esistenza di questi nuovi ed esecrabili Universali. Forse Dio è morto ma l’eco della sua influenza, lungi dal morire con la sua caduta, ha originato nuovi e molteplici idoli; in questo modo siamo approdati da una teocrazia alto-medievale a nuove forme di venerazione nei confronti di nuovi principi artefatti e fittizi. Dio è caduto, ma ora si venerano con pari intensità nuove ingannevoli sovrastrutture di medesima matrice metafisica nella loro sostanza mancante. Il concetto di Patria, il concetto di Stato, addirittura l’esecrabile, sciagurata e totalmente immotivata idea di Razza hanno preso il posto della divinità nelle menti dell’uomo, inducendolo a nuove forme di cieca adorazione accomunate dalla medesima sostanza. L’intensità del lavorio con cui la specie umana sempre si dedica alla costruzione di nuovi principi metafisici ai quali legarsi e da cui rimanere mortalmente limitata non è scemato, ahimè, minimamente nel corso dei secoli. Sempre nuovi vitelli d’oro vengono forgiati dal volgo e per il volgo. Il gregge belante e vago ha infine realizzato un “montone celeste”, a sua immagine e somiglianza, verso cui innalzare le proprie preghiere.

Qfwfq
08-08-2003, 22.14.12
Simplicius: Mi auguro che almeno non vogliate negare il progresso delle scienze. L’evoluzione ad esempio della fisica, della biologia o della medicina è sotto gli occhi di tutti. E’ innegabile come vi sia stato un progresso notevolissimo in ognuna di queste branche.

Berengarius: Per quale motivo, mio buon Simplicius, ti ostini a chiamare progresso un mero mutamento di interpretazione ? Poiché, di fatto, a tale definizione possiamo ridurre lo scibile umano. Semplice interpretazione della realtà supposta tale, mero adattamento alle nostre facoltà. Nel giungere a tale constatazione di base, rammenta il criticismo kantiano per ciò che concerne l’azione conoscitiva. Nell’indagine scientifica, empirica in quanto tale, l’uomo non giunge alla conoscenza od all’investigazione del noùmeno, della realtà in sé e per sé che non abbisogna di nulla di diverso da se medesima per determinarsi, cogliendone invece la parte squisitamente effettuale. Tuttavia mi rendo conto che ”cogliere” non risulta essere il termine più adatto per descrivere l’azione conoscitiva dell’uomo. Questi infatti non potrebbe mai limitarsi a contemplare la fenomenologia del noùmeno senza ricorrere anche ad una interpretazione della stessa. Tale necessità interpretativa è facilmente intuibile; l’uomo, al fine di espletare l’azione propria del conoscere, ha bisogno di adeguare l’oggetto dell’analisi empirica ai suoi sensi ed alle sue particolari capacità cognitive, plasmando ed a volte distorcendo la realtà del fenomeno con l’obiettivo di renderla maggiormente comprensibile. La scienza in senso lato, ovvero qualsiasi attività del pensiero umano il cui fine possa essere ricercato nella conoscenza o nella comprensione di un dato fenomeno, offre nulla di più che interpretazioni della stessa realtà effettuale, frazione visibile, a sua volta, di una realtà, ossia il noùmeno cui ho già fatto cenno, ben più vasta. Ben vedi, pertanto, come il progresso delle scienze possa essere ridotto a mero avvicendamento di interpretazioni di una realtà stabile, immutata, che l’uomo stenta a cogliere.

continua…

Elrond.
09-08-2003, 13.42.43
In hac fabula veritas. Nunc exspecto quod sequitur.

Cepox
09-08-2003, 18.42.26
Ceppoplicius: Ebbene, vogliate perdonarmi nobili Simplicius e Berengarius se mi intrometto nel vostro discorso, ma a questo punto mi pare giusto che anch'io da semplice ascoltatore possa dunque esporre il mio pensiero. Singor Simplicius, con tutto il rispetto che ho per la vostra persona, se almeno voi provaste a riflettere prima di porre certe considerazioni certamente non renderebbe così eloquente l'opinione del nostro amico Berengarius, e non susciterebbe nemmeno le risa nei vostri confronti di coloro che ci stanno ascoltando. E' mio dovere avvertirvi di questo perchè non posso negare che io vi abbia sempre considerato un nobile pensatore e mi sorprende ora che voi stiate dibattendo con simili mere argomentazioni. Ma ripeto, è solo per questione di rispetto e non di vanità che io vi dico ciò. Fatto questo preambolo mio stimatissmo Berengarius vorrei dirvi che le vostre opinioni e le vostre idee sono veramente notevoli e anch'io mi ritrovo a concordare e accettare questo pensiero. Permettetemi però di dire che i vostri presupposti su cui fondate le vostre teorie si ritorcono contro di voi così come voi le avete usate per confutare il punto di vista che attaccate. Il semplice e inconciliabile fatto che noi ci ritroviamo all'interno della nostra realtà non ci permette di avere una visione del totale e della sua piena forma e quindi, come giustamente voi affermate, è inutile e banale la nostra certezza di uno scopo, di un perchè, o, usando le vostre stesse parole, di un'interpretazione. Ma permettetemi quindi di farvi notare che questa stessa impossibilità derivata dalla vostra affermazione non esclude la possibilità che l'opinione che voi attacate non sia in realtà ciò che veramente è del "totale" e della piena forma della realtà. E quindi anche la vostra stessa successiva affermazione della vostra certezza di realtà immutabile fine a sè stessa crolla davanti a questa indeterminazione. Ordunque, se accettate questo come potete allora cinicamente criticare e disprezzare la vanità dell'uomo di darsi un perchè, visto che questa possibilità può essere? E visto che può non è cosa altissima e pura tentare di credere in essa, per quanto irraggiungibile e utopistica possa essere la possibilità che tale perchè ci sia?

Qfwfq
11-08-2003, 15.26.21
Berengarius:

E' corretto affermare, mio caro Ceppoplicius, che una possibilità di interpretazione esista; tuttavia il cinismo con cui considero tale possibilità, alla luce di un totale relativismo, è determinato dall'esagerata importanza cui tale interpretazione medesima di una realtà egualmente ineffabile è gravata da parte del vulgus. Se di pura interpretazione si tratta, si dovrebbe porre attenzione a non attribuirle caratteri assoluti, errore che invece è spessissime volte commesso; causa ne è il dimenticare come essa rimanga, come precedentemente affermato, assolutamente relativa. Volendo ricorrere alla stessa metafora che ho precedentemente affermato, nulla vieta alle masse di forgiare un agnello da porre quale oggetto di venerazione, ma il ricoprirlo d'oro ed assolutizzarlo sono azioni risibili e degne del massimo biasimo.

Cepox
11-08-2003, 16.52.29
Ceppoplicius: Ha assolutamente ragione nobile signore nel voler accentuare il pericolo di un potere assoluto, e come certamente lei saprà meglio di me la storia ci fa da monito.
Ma perdonatemi se insisto, vorrei citarvi un mio piccolo discorso a riguardo a ciò che io intendo veramente, nel suo significato più profondo, del mio pensiero. Mi perdona vossignoria il carattere un po' volgare del discorso, ma non era originariamente pensato per un pubblico alto e aulico come il vostro, ma altresì per il volgo.

"Ogni concepimento delle Verità da parte nostra in maniera assoluta è vana e inutile. Tutte queste non sono nient'altro che teorie, e anche la stessa scienza si deve arrendere davanti a ciò. Ebbene, io penso che sia proprio questa l'onnipotenza di una superba cosa che ha l'uomo: la scelta. Niente è stato già scritto, niente è assoluto, non c'è una predestinazione, ma "Tu Puoi", tu puoi credere in ciò che vuoi e niente nessuno mai al mondo potrà toglierti questo. E' questa la vera onnipotenza della libertà. Tutto può essere, e a noi ci è data questa grandissima libertà di poter credere in ciò che vogliamo. Se anche mettiamo che il libero arbritrio, la scelta, non esistano, che sono solo delle astrazioni che l'uomo fa per propria ignoranza, che lo stesso libero arbitrio non sia nient'altro che dettato da causa ed effetto, ebbene, il "tu puoi credere" va oltre a questo, si innalza su tutto, sul creato stesso. E la cosa ancora più estasiante è che questa verità della creazione non potremo mai scoprirla, ed è proprio questo che rende così eterno il "tu puoi credere" perchè va oltre ogni cosa. L'umanità come essenza della vita potrà anche non essere al centro dell'universo, così come non lo è la Terra, ma niente, nulla potrà mai toglierci la possibilità che un fine, un perchè di tutto, un qualche cosa può esserci, e questo ci è celato proprio per rendere immortale questo nostro potere....può essere questo il fine ultimo dell'esistenza. Tu Puoi. Timshel."

Qfwfq
12-08-2003, 20.48.05
Berengarius:

L'uomo in effetti può credere liberamente a ciò che desidera, ma nel far ciò può anche commettere errori grossolani. Astraendo, io posso credere, il che è positivo, ammettendo come valida l'equazione in base alla quale poter credere liberamente in qualcosa equivalga alla libertà. Tuttavia, a seguito della suddetta astrazione, dovremmo parimenti procedere ad una disamina più accurata della possibilità del credere, riconoscendo che non tutto ciò in cui si crede è bene. Dare a questo punto una definizione del cosa sia il bene, di come possa sussistere un bene relativo così come un bene assoluto, svierebbe eccessivamente la nostra disquisizione. Tutto ciò senza contare le possibili implicazioni e derive di ordine etico e morale. Limitiamoci per il momento a dare del bene la seguente definizione di massima: bene è ciò che va a vantaggio della collettività umana, pur non rappresentando uno svantaggio per il singolo. La creazione del pensiero, dell'opinione, dell'idea, di per sé rappresenta un atto sublime, i cui frutti, tuttavia, spesse volte non si rivelano altrettanto splendenti; se l'idealizzazione di tale azione risulta gradita alla vista, gli effetti pratici risultano essere notevolmente più numerosi e sgradevoli. Per citare un esempio banale, credere nel concetto di razza superiore, derivando da tale credenza il convincimento della bontà dell'eliminazione di tutti coloro che ipso facto sono ritenuti inferiori, per astrazione potrà pur rappresentare un sublime convincimento, una mirabile espressione delle facoltà di costruzione della nostra mente, ma materialmente si tratta di un'idea che si scontra sia con il benessere della collettività che, parimenti, con il benessere del singolo. Ergo, occorre sempre tener conto delle implicazioni pratiche di un'idea od un determinato concetto.

Cepox
13-08-2003, 04.09.25
Ceppoplicius: Nobile Berengarius mi ritrovo a concordare pienamente col vostro pensiero. Vedete, se tutto fosse semplice e si potesse davvero distinguere ciò che è bene da ciò che è male allora nessuno mai potrebbe smuovermi da questa concezione. Come voi dite giustamente bisogna sempre tenere conto delle implicazioni pratiche ai fini del benessere della collettività. Ma ahimè, non riesco a oppormi al mio istinto quasi sadico di chiedermi "perchè". Ebbene, continuando di pari passo mio amico, non posso fare nient'altro che cadere nella negazione di tutto all'infuori del mio me medesimo. Ma questo non permette di approdare a niente. Sono obbligato a constatare questo. Quindi un paletto bisogna pure piantarlo se a qualche scopo l'uomo deve pur mirare, consapevole però che facendo questo anniento in parte la mia libertà (oh, quale sofferenza porta mai all'uomo la voglia di libertà!). La libertà di far tutto è la libertà di far niente. Bisogna che allora l'uomo sacrifichi questa sua libertà per il bene della collettività. Ma verso quali cupi strade sta portando all'individualità dell'uomo questo sacrificio! Ma la cosa che più mi fa soffrire è che io mi ritrovo su questa via senza il mio volere, e quando la mia naturale e onnipotente volontà di libertà d'essere si innalza anche sopra coloro che dicono che questa è l'unica via, per loro io cado nel male e nella mostruosità, e anche voi mi accusate di questo (naturalmente il termine "accusate" va letto soltanto all'interno del contesto del nostro dialogo). Ebbene, dei pensieri però mi consolano da questo. Che questa via può essere, che se io arrivo oggi a comprendere questo è perchè questa via me l'ha permesso, che la nostra concezione di bene mi ha reso glorioso ma anche umile, insomma, mi ha reso umano. E se quindi per milleni i nostri padri hanno faticato con le loro stesse mani per battere questa via io rispetto la loro scelta e mi unisco a loro per continuare nell'opera, cercando di proteggerla sia dai suoi nemici sia da sè stessa. Caro Berengarius, voi pensate (eheh mi sto accorgendo ora che vi sto dando del "caro" dandovi però del voi ^^....ironia dostoevskiana eheh) che un giorno l'uomo come singolo dovrà abbandonare la sua identità a favore di una più grande, e che magari ancora più avanti la stessa Vita non sarà nient'altro che un'unica identità capace magari di comprendere la totalità? Perchè se c'è una cosa che posso constatare con certezza è che fin dalla prima comparsa del più mero batterio la vita sembra voler unire la moltitudine per un qualcosa di più grande...